Nota dell'autore: questo racconto narra di una incauta ragazza patita di self bondage. Rappresenta, se vogliamo, un concentrato delle peggiori paure relative a questa strana pratica. Forse la protagonista vi apparirà un pò troppo sfigata, ma provate a riflettere: facendo del self bondage, non vi è mai capitato di correre qualche rischio un pò stupido? Io spero che dopo questa lettura molti di voi comprendano l'importanza della sicurezza, anche quando trasgredire le regole che ci imponiamo sembra dare più mordente al gioco. Inutile ripetere che pur trattandosi di un racconto scritto con qualche pretesa di iperrealisimo, resta pur sempre una storia di fantasia: non cercate di rifare a casa niente di quello che trovate scritto di seguito. Per non guastarvi la lettura, aggiungerò altre note alla fine del racconto.


LA CANTINA

di Miles Hendon

 


 

SEBBENE ne fossi attratta, non possedevo un paio di manette. Erano anni che mi baloccavo con l'idea di acquistarne un paio ma ancora non ne avevo fatto nulla. Un po' anche perché oltre ad eccitarmi mi intimorivano.

Delle manette mi piaceva l'idea che una volta chiuse non sarebbe stato possibile aprirle se non ricorrendo alla chiave; la quale chiave, se in mano ad un compagno di giochi diventava immediatamente il simbolo che racchiudeva in se tutto ciò che c'è di bello nel bondage: prigionia, possesso, dominazione e sottomissione, attesa struggente ed indeterminata, assenza "irreparabile" di libertà. Perlomeno questo è quello che apprezzo io.


Oltre a non avere un paio di manette, non avevo neppure un compagno di giochi. Questo rendeva tutto più complicato, poiché se pure avessi finalmente comprato le manette, mai e poi mai avrei avuto il coraggio di farmele scattare da sola ai polsi tenuti dietro la schiena. Temevo che avendole non avrei resistito alla tentazione, ma ero terrorizzata dall'idea di non riuscire a venirne fuori. Senza voler neppure immaginare ipotesi ben peggiori e più definitive, sarei stata costretta a chiamare aiuto, e il mio segreto hobby sarebbe stato scoperto, cosa che non potevo tollerare. Per questo temporeggiavo.


Praticavo il self bondage ormai dalla tenera età di 11 anni. Naturalmente all'epoca non sapevo che si chiamasse così, ma nelle mie attività e fantasie di bambina erano già presenti alcuni degli elementi fondamentali che avrebbero poi caratterizzato negli anni a venire il mio immaginario erotico.


Il primo ricordo relativo al bondage riguarda un semplice gioco fra me e i miei amichetti di allora: una volta mi legarono ad una sedia, ed il gioco consisteva nel liberarsi. Ho riflettuto spesso su l'attrazione che la maggior parte dei bambini provano per questo genere di giochi, credo che chi più chi meno tutti abbiano giocato a legarsi. Non tutti sono diventati fanatici del bondage, questo no; ma tutti i fanatici del bondage credo possano riferire momenti e sensazioni simili alle mie, risalenti alla loro infanzia.


Mentre mi dibattevo per liberarmi le mani impastoiate malamente dietro la schiena ricordo che provai una emozione molto simile a quella che più tardi avrei scoperto essere pura e semplice eccitazione sessuale. Mentre mi sforzavo di sfilare i polsi dalle corde o tastavo con le dita alla ricerca dei nodi, ricordo che mi sorpresi di provare quegli strani brividi. Ma non se feci parola con nessuno, anche perché non sarei stata in grado di descriverli. E con l'eccitazione cresceva anche una sorta di smisurato imbarazzo: cominciai ad arrossire, e a rendermi conto che il dibattermi sotto gli occhi dei miei amici mi stava facendo vergognare.


Una volta, al mare, mi sporcai di gelato il costume da bagno: avevo solo otto o nove anni, non avevo ancora sviluppato alcuna forma femminile, ma come molte bambine della mia età insistevo energicamente per coprirmi anche la parte superiore del corpo. Mi madre, nel tentativo di smacchiare il costume, me lo tolse senza troppo riguardo, nel bel mezzo della spiaggia. In quella occasione provai un imbarazzo tale che mi misi quasi a piangere (in verità piangevo facilmente).


L'imbarazzo che iniziava a crescere dentro di me mentre mi dibattevo legata alla sedia, era molto simile a quello provato al mare pochi anni prima: mi sentivo scoperta, nuda. Iniziai a lamentarmi dicendo che volevo che mi slegassero, che quel gioco non mi piaceva più. I miei amici, ben lontani dal capire le ragioni del mio disagio, mi derisero pensando che la mia fosse una resa; non mi sciolsero e dovetti cavarmela da sola. Nonostante l'imbarazzo provato ricordo comunque una vaga fitta di delusione quando le corde alla fine cedettero, ed io ebbi finalmente i polsi liberi. Insomma, stavo cominciando a sperimentare quella selva di emozioni spesso contraddittorie che avrebbero caratterizzato tutto il resto della mia vita.


Da quella volta, incuriosita da quelle sensazioni, cominciai ad avere confuse fantasie in cui io ero sempre legata, talvolta persino imbavagliata. Nel letto, quando restavo sola, incrociavo le mani dietro la schiena, chiedendomi come mai quel semplice gesto mi desse sensazioni così dolci. Poi, nelle rare occasioni in cui i miei mi lasciavano sola a casa, presi a legarmi da sola, adoperando le cinghie di tutti e tre gli accappatoi della casa. Non so più nemmeno io quanto nastro adesivo isolante sottrassi dalla cassetta degli attrezzi di mio padre, per poi appiccicarmelo sulla bocca.


Grazie ad Internet e alla maggiore indipendenza offerta dalla camera singola nella quale andai ad abitare appena mi iscrissi all'università, cominciai a scoprire e sperimentare nuove tecniche di self, facendo sempre moltissima attenzione alle raccomandazioni sulla sicurezza.

Fu allora che iniziai a pensare che potevo acquistare delle manette. Ero stanca dei nodi deboli e delle legature simboliche: desideravo ardentemente essere avvinta da legacci robusti, nodi stretti e impossibili da raggiungere. Desideravo sperimentare la sensazione di dover sopportare per lungo tempo l'immobilità, senza avere la facoltà di decidere quando slegarmi.

Nello stesso tempo non avevo il coraggio di mettere in pratica la maggior parte delle tecniche di self bondage illustrate in alcuni siti Internet che visitavo: la paura di non riuscire più a slegarmi malgrado l'attenzione posta, era troppo forte per spingermi fino a quel punto.


Avevo soprattutto paura della mia vena di follia: il mio atteggiamento nei confronti della vita era ed è tutt'ora "intanto lo faccio, poi si vedrà". L'unico settore nel quale non applicavo tale filosofia era appunto il bondage. Avevo paura di arrivare un giorno a pensarla allo stesso modo anche per quello, e avere modo di pentirmene quando era ormai troppo tardi.
Grosso modo fu proprio la mia vena di follia a cacciarmi nella situazione di cui vi racconterò.

* * *

Trascorsi i primi due anni di università in un appartamento assieme a due studentesse con le quali non andavo molto d'accordo. Nel frattempo mi ero fatta diverse amicizie, e avevo creato un buon rapporto con Francesco, Patrizio, Virginia e Giovanna, con i quali vivo tuttora. Quando si vennero a creare i primi dissapori antipatici tra me e le mie due compagna di stanza, decisi che non avrei retto a lungo, e mi misi a cercare casa.

Come al solito applicai la mia dannata filosofia di vita del "intanto lo faccio, poi si vede". Diedi il preavviso di due mesi prima ancora di rendermi conto che il periodo non era proprio felice per cercare un appartamento. Eravamo in settembre, la città si stava riempendo di giovani matricole a loro volta impegnate a cercare casa. Vagai fra annunci ed agenzie inutilmente per tutti e due i mesi, senza trovare una soluzione che mi soddisfacesse.


Mancava ormai una settimana prima della consegna delle chiavi alle mie due prime compagne d'appartamento, e loro avevano comprensibilmente già trovato la mia sostituta. Così fui costretta a chiedere ai miei quattro amici con i quali trascorrevo la maggior parte del tempo, di ospitarmi.

Loro ovviamente non mi rifiutarono la cortesia, e fui sistemata in camera con Giovanna, che disponeva di una stanza più grande. Durante quel periodo di ospitalità, durato tre mesi, mi trovai così bene che alla fine, quando anche loro quattro dovettero, circa un anno dopo, trovare un nuovo appartamento, ne cercammo uno che potesse accoglierci tutti e cinque. Questo nonostante io avessi trovato già una sistemazione, e mi trovassi ragionevolmente bene con le mie nuove coinquiline.


Prendemmo in affitto questa casa, un appartamento situato nella parte terminale di un gruppo di villette a schiera. Era un terratetto con cantina e un quadratino di giardino perennemente in ombra a causa delle abitazioni di fronte e dell'alto muro di cinta che lo chiudeva dal lato della strada principale.

All'inizio questo aspetto mi intimorii: temevo che qualche malintenzionato potesse scavalcare il muro ed entrare nella cucina di casa nostra. Ma non accadde mai, forse perchè il muro era alto quattro metri, e il bordo superiore era cosparso di irti cocci di bottiglia: questo evidentemente scoraggiava ogni proposito di intrusione.


A dire il vero nella mia fantasia, quando ero proprio eccitata e folle, vedevo spesso un bel malintenzionato dai tratti mediterranei che scavalcava agilmente il muro, per poi introdursi in camera mia silenzioso come un gatto. In quelle immaginarie occasioni finivo invariabilmente legata e baciata dal tipo. Erano solo fantasie, in fondo: non facevano male a nessuno. Di fatto, se qualcuno, tratti mediterranei o meno, avesse fatto qualcosa del genere, sarei morta di paura, e avrei sperato che Patrizio fosse in casa e gli rompesse il culo.


Una volta la settimana circa, Giovanna tornava a casa dai suoi, ed io restavo a godermi la solitudine della stanza. Volevo molto bene a Giovanna, ed era la migliore compagna di camera che avessi mai avuto, ma sentivo sempre il bisogno della mia intimità, e talvolta era un sofferenza dover attendere fino al fine settimana per ottenerla.

Ovviamente ad aumentare il mio bisogno di privacy era la mia tutt'altro che sopita passione per il bondage. Le poche corde che possedevo erano accuratamente nascoste, ma ero sempre sulle spine: temevo che Giovanna le trovasse per caso e capisse che uso ne facessi. In realtà Giovanna non era abituata a frugare nella roba altrui, per cui le probabilità che trovasse il mio equipaggiamento segreto (sia pure misero) erano assai ridotte: nonostante ciò non riuscivo mai ad essere del tutto tranquilla.


Tutto ebbe inizio quando trovai su Internet un sito che illustrava alcune tecniche di bondage e self bondage. Era un sito piacevole e ben fatto, e fra le altre cose fui attratta da quello che nel link e nella pagina apposita veniva definito "nodo-manetta". Si trattava di una particolare maniera di annodare una corda in modo che si ottenessero due anelli che potevano essere stretti facilmente tirando i due capi. Non era difficile da realizzare, e con l'esperienza che avevo in nodi memorizzai facilmente la sequenza.


Nodo manetta… l'idea mi piaceva. Se avesse funzionato avrei potuto in pratica disporre di un paio di manette realizzate in corda. Avrebbero svolto in tutto e per tutto, diceva il commento nella pagina, la funzione di un vero paio di manette, ma avrebbero offerto la sensazione di calda morbidezza della corda. Io ne fui attratta soprattutto perché la corda, in caso di emergenza, avrebbe potuto essere tagliata con un coltello, cosa che con le manette non si poteva chiaramente fare.


Appena ebbi salutato Giovanna sulla porta, mi precipitai in camera mia, ansiosa di mettere in pratica quel che avevo da poco imparato. Estrassi le mie poche corde dal nascondiglio segreto, e ne scelsi una bianca lunga all'incirca un metro. Replicai con gesti lenti ed attenti la sequenza di immagini illustrata nel sito, e alla fine, con una senso di grande eccitazione mi resi conto che avevo finalmente un paio di manette. Restava da verificarne l'efficacia.


Non volevo rischiare subito, quindi come prima cosa mi legai i polsi sul davanti. Tirai i due capi ad uno ad uno, e alla fine la corda mi si strinse attorno a ciascun polso. Non era necessario che l'anello stingesse e premesse sulla carne: era sufficiente che la dimensione fosse abbastanza piccola perché la mano non vi potesse passare; esattamente il funzionamento delle manette.
Sorrisi tra me e me, convinta di avere vissuto degli attimi inutili di gloria: la corda sembrava così facile da sciogliere… Ero sicura che appena avessi tirato nel modo giusto, gli anelli si sarebbero allargati, ed io sarei stata di nuovo libera.


Invece, con mi grande sorpresa e una fitta di gioia nello stomaco, mi resi conto che mi sbagliavo: dieci minuti dopo capii che mi sbagliavo di grosso! Non c'era modo di estrarre i polsi dagli anelli di corda. Per quanti sforzi facessi non era possibile liberarsi da soli. Ovviamente sapevo che avendo le mani ammanettate davanti avrei potuto adoperare il cutter in qualunque momento: questo mi rassicurava. Ma non mi impediva di godere per la prima volta della gioia di sentirmi effettivamente legata, senza possibilità di fuga. Più tiravo e più il nodo centrale si stringeva, ma i due anelli non riducevano il loro diametro, non si serravano ulteriormente attorno ai polsi facendo male. Era una meraviglia, quello che avevo sempre desiderato.


Mentre divincolavo i polsi sorridente, udii Francesco salire le scale. Non sarebbe entrato senza bussare, ma temevo che potesse entrare senza bussare, se riesco a spiegarmi.
Mi divincolai energicamente e stupidamente, con il preciso desiderio di liberarmi i polsi, stavolta. Quel lieve timore di essere scoperta, accompagnato però dalla calda sicurezza che non sarebbe successo, mi stava eccitando.

Seduta sul letto attesi con il cuore in gola di sentire la porta della camera di Francesco che si chiudeva, con i pugni stretti abbandonati sulle cosce.
Curioso l'animo umano, talvolta. Quando udii la porta chiudersi e mi fui tranquillizzata mi sentii quasi delusa; e provai un vago senso di nostalgia per la lieve paura provata poco prima.


Il cuore mi batteva forte, io avevo la fronte lievemente imperlata di sudore (avevo chiuso gli scuri e le finestre per non farmi vedere dal palazzo di fronte e faceva molto caldo). Ed ero eccitata. Avrei dovuto chiudere la porta a chiave, ma mi fidavo della riservatezza di Francesco, che se avesse voluto entrare avrebbe bussato e atteso il mio permesso.


Forte di questa convinzione, e desiderosa di perseverare in quel lieve, dolce timore di essere beccata, mi distesi sul letto, e mi accarezzai a lungo. Ogni tanto interrompevo gli accarezzamenti per contorcere le braccia, tentando di sfilare i polsi. Una volta saputo che l'unico modo di venirne fuori era di tranciare la corda, diventava eccitante tentare di liberarsi in qualche altro modo: cercando di raggiungere il nodo, oppure provando ad allargare gli anelli.

A giudicare dal modo in cui la corda era annodata, se avessi avuto una grande forza fisica penso che avrei potuto anche allargarli, alla fine. Ma io non ci stavo riuscendo, ed ero emozionatissima. Per la prima volta in vita mia avevo i polsi saldamente legati fra loro, ed era una sensazione profondamente entusiasmante.


In quel momento avrei tanto voluto indossare un robusto bavaglio, ed avere anche i piedi legati. Avrei voluto avere legate anche le ginocchia, e delle corde strette attorno busto. Ma per quella volta mi limitai alle manette di corda, troppo presa dalle mie fantasticherie per avere la voglia di interrompermi ed aggiungere nuovi vincoli al mio corpo.


Venni con un senso di gratitudine nei confronti dello sconosciuto che mi aveva fatto dono di quella fantastica tecnica.


* * *

Non avevo mai pensato di adoperare la cantina. Ovvero ci avevo pensato, ma avevo scartato subito l'idea. Si accedeva alla cantina da una piccola porta nel sottoscala, ed era perlopiù un antro umido e pieno di cianfrusaglie appartenute al vecchio proprietario.

Di tanto in tanto Patrizio o Francesco scendevano in quei locali adoperando alcuni degli attrezzi del padrone di casa per piccoli lavoretti di bricolage. Continuavamo a dire che avremmo dovuto mettere insieme un po' di soldi e farla finalmente sistemare, in modo da poter sfruttare quelle piccole stanze, ma in definitiva non se ne fece mai niente.

Era divisa in più vani, alcuni stretti e lunghi, alcuni un po' più larghi. A dire il vero ci si sarebbe potuto fare veramente poco, laggiù.


Erano trascorsi due giorni da quando mi ero legata per la prima volta i polsi sul davanti adoperando le nuove manette in corda. Nel frattempo avevo ovviamente già fatto diverse prove.


Mi ero legata i polsi dietro la schiena, scoprendo che - sia pure con una certa, accettabile fatica - era possibile tagliare la fune. Acquistando sicurezza sui tempi di reazione mi imbavagliai più volte, e finii per arrivare a legarmi anche sul pavimento, mani e piedi. Dopo essermi debitamente tappata la bocca con un paio di vecchie mutandine e del nastro adesivo argentato mi ero dibattuta a lungo sul pavimento nel tentativo di raggiungere il cutter che avevo lasciato in un angolo ben lontano, su un tavolo.

Era uno dei miei giochi preferiti, e farlo sapendo che quel coltello era l'unica via di fuga possibile era molto diverso e molto più eccitante di quando lo facevo fingendo che avessi assolutamente bisogno di quel coltello. In quelle occasioni andava a finire quasi sempre che nel dibattermi i nodi si allentavano da soli, infastidendomi invariabilmente.


Per quanto si trattasse di giochi solitari e perversi, mi rendevano comunque felice. Trovavo anche molto rilassante lo stare legata per diversi minuti, senza alcun pensiero che le sensazioni che le corde mi davano sulla pelle. Era piacevole quel mio gioco segreto; piacevole ed eccitante, e non riuscivo a fare a meno di dedicarvi del tempo.


La mia sottile vena di follia, fomentata anche da un violento senso di eccitazione che mi pervadeva completamente, mi stava suggerendo di andare nello scantinato. Vi ero scesa per cercare delle candele (ovviamente per i miei giochini). Non avevo trovato le candele, ma mi ero resa conto di come quell'ambiente scuro e polveroso solleticasse le mie fantasie.

Vidi una vecchia sedia in un angolo, e l'immagine di me stessa legata saldamente su di essa, con la bocca coperta da un corposo bavaglio mi si disegnò nella mente con un tale nitore da sembrare vera. E se ci avessi provato? Perché no in fondo… sarebbe stato sufficiente che mi portassi dietro tutto il necessario, corde, cutter, nastro adesivo. Sarebbe stata una esperienza unica, completamente nuova. Avrei provato il perverso brivido del disagio dovuto al fatto di essere per la prima volta non più dentro la mia stanza, chiusa a chiave ma in un posto completamente nuovo.


Al solito, mi rendevo conto che le possibilità di essere scoperta erano veramente scarse, abbastanza scarse da essere accettate: e nel frattempo avrei goduto di quella sottile ansia, così simile al quel senso di torbida anticipazione ed attesa che caratterizza il bondage. Quella sottile vena di paura che avrebbe reso tutto ancora più eccitante.


Appena ebbi formulato il pensiero completo, mi ritrovai nell'impossibilità di pensare ad altro. Ormai dovevo farlo, o non avrei più avuto pace! L'idea di quella sedia vecchia e tarlata mi avrebbe tormentato durante la notte, l'idea di me stessa che mi divincolavo sulla sedia nel buio per il terrore d'essere scoperta mi avrebbe torturato per i giorni a venire.


Salii in camera mia, e mi chiusi dentro. Dunque: in casa mancava solo Giovanna. Francesco era uscito da una oretta, ma di certo sarebbe stato di ritorno entro pochi minuti. Patrizio era al piano di sopra, e stava studiando con la radio accesa (come faceva? Mistero!). Virginia si stava probabilmente schiacciando il suo sonnellino pomeridiano, e appena sveglia avrebbe fatto la doccia, poi ci avrebbe impiegato una eternità a vestirsi; Virginia è una di quelle ragazze che non si sentono a loro agio se non mettono il fondotinta e i tacchi anche solo per stare in casa.


Avrei potuto aspettare un momento migliore, un momento in cui fossi stata sola. Ma avrei avuto il coraggio, una volta sola in casa, di avventurarmi fin sotto la cantina? Dubitavo. Se ci fossi andata in quel momento era solo perché ero troppo eccitata e sedotta da quell'idea, e perché se pure avessi incontrato l'Uomo Nero lungo le scale, avrei sempre potuto lanciare un urlo, e i ragazzi sarebbero accorsi in mio aiuto.

Il cuore mi batteva forte, e la parte razionale di me mi suggeriva che era una follia: la cantina era buia, polverosa, sudicia, umida, un posticino tutt'altro che confortevole, perché andarmi ad infilare là sotto? Topi non ce n'erano di certo, ma se ne avessi visto uno mentre ero legata come avrei reagito? Ero capace di una crisi isterica, alla vista di un ratto, lo sapevo.


Un'altra parte di me trovava invitante proprio la sgradevolezza del posto: era come se mi fosse stato imposto da qualcuno; in fin dei conti se fossi stata rapita e tenuta prigioniera in una cantina, avrei forse potuto scegliere l'ambiente in cui stare?


Decisi che avrei aspettato tempi migliori, per fare quel gioco. Era meglio, in effetti certo. Sarei solo tornata un attimo giù a dare un'altra occhiata, non mi ci sarei soffermata più dello stretto indispensabile. Men che meno mi sarei sottoposta ad una seduta di self bondage.
Presi con me l'occorrente e mi diressi in cantina con il tuono del mio cuore che ormai riempiva il mondo, azzittendo in un colpo solo tutte le voci che nella mia testa mi sconsigliavano di farlo.

* * *

La cantina era in penombra, arrivava giusto un filo di luce da alcune piccole feritoie che davano sulla strada. Se uno si fosse disteso per terra, sul marciapiede ed avesse sbirciato dentro aguzzando gli occhi, mi avrebbe vista. Sentivo i rumori delle macchine che trasitavano, e di tanto in tanto udivo i tacchi dei passanti.


Appena aprii il sacchetto con dentro tutto il mio materiale segreto, mi resi conto che ero quasi del tutto sprovvista di corde. In effetti il problema principale di quelle manette di corda era che ogni volta occorreva tagliarle, sicché alla fine rimanevi senza.

Ma ricordavo benissimo che da qualche parte in quella cantina c'era della corda. Non avevo mai voluto usarla perché non mi apparteneva, era del vecchio padrone di casa. Ed era rigida, di canapa intrecciata, piuttosto ruvida e polverosa. Ero talmente eccitata che persino l'idea di usare una corda che normalmente non avrei mai usato in quanto troppo sporca, mi stuzzicava. Al solito trovavo eccitante l'idea che in un rapimento non mi sarei potuta scegliere le corde che preferivo. Ne tranciai due pezzi di un metro buono ognuno, con il cutter. Era rigida, si tagliava con difficoltà, ma si tagliava.


Rapidamente piegai ed annodai la corda fino ad ottenere le famose manette.


Scelsi uno dei tanti piccoli vani di cui la cantina era composta. Dalla stanza principale nella quale ci si trovava appena scese le scale, girando a destra si trovava una porta chiusa con un chiavistello. Questa porta si apriva producendo tre caratteristici cigolii in sequenza, progressivamente più alti. In questa stanza c'era un grosso tavolo di lavoro ingombro di ogni genere di vecchi oggetti arrugginiti.

Fra la porta ed il tavolo, entrando a destra, c'era un'altra porticina più piccola, con maniglia. Da lì si entrava nel locale da me scelto: era una specie di corridoio, probabilmente uno spazio di risulta senza nessuna ragione d'essere. C'era ancora uno scaffale adibito a rastrelliera per il vino con tre o quattro bottiglie in orizzontale, ma nessuno di noi aveva mai osato aprirne una. Era profondo una trentina di centimetri e lungo forse due metri. Infilai la sedia nel vano, e mi ci sedetti provando ad incrociare i polsi dietro lo schienale. C'era appena lo spazio per muoversi.
Indossavo jeans tagliati corti e una camicia maschile di cotone blu. In preda ad una autentica follia autolesionista, incurante della polvere del posto, mi tolsi i jeans e li posai con cura sulla sacca che avevo usato per portare giù il mio armamentario.


Fissai con una striscia di nastro adesivo il cutter ad una delle gambe posteriori della sedia. Lì avrei potuto raggiungerlo facilmente. Ci pensai su… lo avrei potuto raggiungere troppo facilmente. Quindi lo presi e lo portai fuori dal vano, oltre la prima porticina. Lo posai sul tavolo. Quando avessi voluto liberarmi avrei dovuto saltellare un po', proprio come un eroina rapita in un film.


Mentre compivo questi gesti mi rendevo conto che stavo trasgredendo sistematicamente tutte le regole che fino a quel giorno mi ero imposta di rispettare senza alcun genere di concessione. Sapevo che stavo correndo il rischio di cacciarmi nei guai, ma non riuscivo a fermarmi. L'ambiente era inquietante e silenzioso, avevo paura di quella cantina. Ma mi eccitava la mia paura. Paura di cosa, poi? Del famoso Uomo Nero? Ebbene, Uomo Nero, vieni, manifestati, ma abbi la compiacenza di legarmi ed imbavagliarmi per bene, te ne supplico! E poi fa' di me ciò che vuoi, perché io sarò immobilizzata e non potrò opporre alcuna resistenza!
Era esattamente ciò che pensavo: dovevo essere diventata pazza.

Almeno di una cosa mi sentivo più o meno sicura: il cutter c'era. Non era facilissimo da raggiungere ma c'era. Mi sarei legata mani e piedi, ma non alla sedia. In qualunque momento mi sarei potuta alzare e saltellare a piedi uniti fino al cutter. Anche se la mia follia mi avesse spinto a chiudere la porta fra me e il cutter, avrei potuto riaprirla senza troppe difficoltà anche con le mani legate dietro. Inoltre, sebbene i miei amici fossero tutti presenti in casa, calcolavo che nessuno di loro avrebbe avuto bisogno di scendere in cantina nella prossima oretta. Non era una certezza matematica, ma il mio febbrile stato di eccitazione mi suggerii che mi potevo accontentare.


Finalmente mi sedetti. Tirai un profondo sospiro, poi cominciai a legarmi strettamente le caviglie, incurante dei segni che mi sarei procurata. Mi infilai in bocca una vecchia calza autoreggente e mi avvolsi attorno alla testa l'altra calza facendola passare fra i denti: era il mio bavaglio preferito. strinsi bene in modo da spingere il riempimento della mia bocca più in profondità. Poi adoperai tre strisce di nastro adesivo preventivamente tagliate ed incollate provvisoriamente sulla manica della camicia, per sigillarmi del tutto la bocca.
Infine, con gesti lenti, portai le braccia dietro lo schienale, infilai i polsi negli anelli e mi legai stretta, tirando i capi come meglio potevo.


Ero pronta. Se l'Uomo Nero fosse apparso in quell'istante, avrebbe visto un delizioso bocconcino di ragazza seminuda, legata ed imbavagliata dentro la propria cantina. Mi faceva compagnia il mio battito cardiaco concitato. Nonostante il fresco, sudavo per l'eccitazione. Avevo le mutandine fradice, sul davanti, e il sentirmi graffiare la pelle delle natiche dal sedile vecchio e scheggiato non faceva che aumentare a dismisura il mio godimento. Avrei tanto voluto avere a disposizione una delle mie corde pulite, per potermela avvolgere attorno alla vita e poi passare fra le gambe: invece avevo solo quella vecchia corda con me, e non me la sentivo di farla venire a contatto con le mie parti più intime. Almeno in quello fui saggia.


Rimasi legata sulla sedia circa una ventina di minuti, calcolai. Trascorsi il tempo in gran parte a mugolare sommessamente e a godermi la rigida resistenza delle corde. Muovevo le gambe sentendo le caviglie bloccate dalla fune, e lo stesso facevo con le braccia scuotendole un po'. Mi immaginai varie storie in cui io ero stata rapita e segregata in cantina, magari per giorni e giorni.

Vidi un ragnetto risalire lentamente lungo il muro, a mezzo metro circa da me. Diede il via ad una serie di orripilanti fantasie. Masochisticamente giocai con le mie paure, fingendo di vedere un topo in un angolo: mi sforzai talmente tanto di vederlo che alla fine fu quasi come vederlo realmente. Più aumentava il mio senso di disagio e di paura (tanto il topo di fatto non c'era), maggiore era la mia eccitazione.


Cominciai a rimpiangere di non avere avuto una corda da passarmi fra le gambe: se l'avessi avuta sarebbe stata una delizia farsi stimolare da quei movimenti che stavo compiendo. Feci assurdi progetti per giochi futuri: avrei adoperato una corda fra le gambe; oppure avrei trovato qualcosa da infilarmi nel corpo e sopportare quella dolce tortura; oppure, ancora, avrei potuto mettere il cutter più a portata di mano, in modo da potermi legare alla sedia ancora più saldamente.


Ma stava trascorrendo troppo tempo: decisi che era il momento di sciogliermi, farmi una doccia ed infine cercare di soddisfarmi. Ero eccitatissima, oltre ogni misura.


Mi alzai quindi in piedi, cautamente. Adesso avrei dovuto saltellare fino alla porta, aprirla, recuperare il cutter e tranciare la fune. Dopo i primi due salterelli mi resi conto di quanto ero stata stupida: saltare a piedi uniti con le scarpe da tennis slacciate ai piedi non era facile come sembrava. La cosa mi fece innervosire e decisi di accelerare i tempi, pur facendo attenzione a saltellare senza cadere.


Ero al quarto salto quando la luce si spense all'improvviso.


Il locale piombò in una oscurità densa come il catrame, ed io mi ritrovai con il cuore in gola, legata e imbavagliata dentro la mia cantina, al buio più completo.

* * *

Il mio cuore fece una vera e propria capriola nel petto, e sentì i capelli dietro la nuca rizzarsi freddi ed irti. Era andata via la corrente, Dio santo! Era andata via la corrente mentre ero legata in cantina! Cominciai a sudare freddo sentendomi nella merda, più o meno come mi ero sentita quella volta che da piccola mi ritrovai i polsi bloccati dentro le spire del cavo telefonico. Non avevo preso in considerazione quella sia pur remota eventualità.


Me ne stetti un paio di minuti buoni, in attesa silenziosa. Ero terrorizzata dalla situazione, sola in una cantina completamente buia. Non filtrava neppure la luce dall'esterno e questo voleva dire che ero rimasta legata più tempo di quanto avessi calcolato, perché era scesa la sera. Dovevano essere le otto, più o meno.


Al piano di sopra sentii i ragazzi che cominciavano a muoversi cautamente per la casa, parlando fra loro. Non capivo quello che dicevano, ma probabilmente imprecavano. Mi resi conto che avrei dovuto vedere se non altro una pallida luce provenire dall'illuminazione stradale attraverso la stretta feritoia che dava sul giardino in fondo al corridoio: questo significava che la corrente era mancata a tutto il quartiere, che non era semplicemente scattato il contatore di casa nostra. Quindi la corrente non sarebbe stata ripristinata a breve.


Il cutter era fuori portata. Non sarebbe stato facile raggiungerlo con la luce, saltellando e aprendo la porta. Figurarsi al buio. Ero bloccata nel bel mezzo del corridoio, con la mia sedia alle spalle e la porta immersa nell'oscurità davanti a me.


Mi imposi di ragionare con calma, ingoiando il panico. Avrei solo dovuto aspettare. Perché quell'imprevisto mi stava facendo temere di essere scoperta all'improvviso? In fondo non era ragionevole pensare che qualcuno dei miei amici decidesse di scendere giù in cantina senza luce. Per fare cosa poi? No, da quel punto di vista potevo sentirmi al sicuro, almeno razionalmente.

Emotivamente il discorso era diverso. E poi avevo paura. Paura del buio, pura e semplice.
Non potevo aspettare che la luce tornasse, avrebbe potuto impiegarci pochi altri minuti, come delle ore…


Provai a muovere dei timidi ed incerti passettini a piedi uniti, muovendomi di uno o due centimetri per volta. Cercai di essere cauta: cadere in avanti in quelle condizioni sarebbe stato disastroso, avrei rischiato di farmi seriamente male. Intanto le voci provenienti dal piano di sopra continuavano:

Patrizio disse qualcosa ad alta voce, e seguirono alcune risate. Si erano già accorti che non ero in camera mia? Nella paranoia del momento mi convinsi che stessero ridendo di me, ma non era il momento di fare simili pensieri.


Dopo un tempo che mi parve interminabile raggiunsi finalmente la porta. Mi girai di spalle, cercando la maniglia a tentoni. Le mie mani legate brancolavano nel buio tastando il legno ruvido della porta. Finalmente trovai la maniglia ed aprii.


Nel momento in cui superavo cautamente la soglia, udii che la porta della cantina in cima alle scale veniva aperta, e le voci di Patrizio e Francesco si fecero d'improvviso chiare e distinte.

Stavano venendo giù in cantina. Ricordo ogni parola del loro dialogo:


- … esserci delle candele, quaggiù. - stava dicendo Patrizio.
- Ma non ti avevo detto di portarle su, accidenti a te? - chiese Francesco.
- Ma non te potevi portartele da solo? Qua sotto non si vede un cazzo, dammi l'accendino che faccio strada.
- Fai piano, ci sono le scope appoggiate al muro…
- Sì, mamma. Faccio pian… eh che cazzo! Ho inciampato in una scopa!
- Sì mamma, sì mamma! - lo schernì Francesco, imitando la voce baritonale di Patrizio.
- Solo dei deficienti terrebbero le candele in cantina! Ma come si fa?
- Ci dovrebbe essere una di quelle lampade a petrolio. Magari ne becchiamo una.


Cercavano le candele, quelle che io stessa avevo cercato nel pomeriggio senza trovarle. Stavano venendo giù in cantina, dove la loro compagna di appartamento stava dedicandosi a del self bondage prima di essere sorpresa dalla mancanza di corrente. Mi avrebbero trovata.

Fine della prima parte

Seconda parte