Disclaimer:
questo racconto non ha riferimento a personaggi reali. Per quanto riguarda le azioni descritte invece credo che possano essere tutte realizzate nella realta' senza troppi danni :)).
Abbiate pieta' dell'autore: anche lui sta superando i suoi limiti (per ora quelli del ridicolo):))))

Tre giorni con Mari

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                                        Martedì
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Era la prima volta che Mari veniva in Italia.
Ci eravamo conosciuti su "alt.com". Mari aveva pubblicato un inserzione in cui lei si definiva più o meno come una potenziale "damsel in distress" in cerca del suo "villain".
Le risposi immediatamente e fui fortunato.
Nonostante che da allora ci fossimo visti solo poche volte, tre miei brevi soggiorni in Giappone, il nostro rapporto era diventato affiatato, aldilà delle più rosee speranze iniziali.

Ci fidavamo l'uno dell'altra.

In pratica a Mari piaceva una cosa: essere legata. A me invece piaceva legarla.
Ad entrambi piaceva che questo avvenisse nell'ambito di storie, rappresentazioni, in cui potevamo giocare ad assumere personalità strane, bizzarre, ben diverse da quelle solite, ufficiali.
Questo ci permetteva di mettere liberamente allo scoperto i nostri lati piu' nascosti.
Se avete mai provato a giocare a Dungeon & Dragons o siete attori, potreste avere un idea di quello che provavamo quando "recitavamo".

La visita di Mari in Italia sarebbe durata due settimane: lo scopo ovviamente era di divertirci e di approfondire la nostra reciproca conoscenza, ma anche di fare del normale turismo.
Lei non era mai stata in Europa prima, io nel ruolo del "cicerone" mi sono sempre trovato a mio agio.

Avevamo deciso di comune accordo di dedicare interamente 2 o 3 giorni della nostra vacanza a quello che sarebbe stato finora il più lungo ed impegnativo dei nostri giochi.

Mari avrebbe interpretato il ruolo di una coraggiosa ma sventata fanciulla del Sol levante, in visita di piacere in Italia, presso un amico. L'"amico" si sarebbe rivelato presto come un falso amico. Mari sarebbe stata rapita e tenuta prigioniera, in attesa del riscatto.

Visto che la situazione fittizia sarebbe stata molto simile alla situazione "reale" (lei era effettivamente in visita ad un amico, in realta' non molto bene conosciuto neanche questo..) avevamo deciso di chiamarci durante il gioco con nomi diversi.
Lei sarebbe stata Miwa ("Perchè Miwa?" le avevo chiesto. Lei mi aveva risposto che aveva avuto una compagna di scuola con quel nome, molto carina, elegante, fine, un po' timida, riservata. E ricca).

A parte questo avevamo concordato poche altre cose: la durata, approssimata, soprattutto la parola e il gesto che lei avrebbe eventualmente usato per comunicarmi se qualcosa stava andando storto.

Quando e come sarebbe avvenuto il tutto, se a Venezia o sulle colline toscane, cosa sarebbe avvenuto durante il suo rapimento: in questo caso la decisione toccava interamente a me.

I miei piani erano forse diversi da quello che lei si aspettava: il rapimento sarebbe avvenuto subito, poco dopo il suo arrivo in quello che per lei era un paese affascinante, sconosciuto, strano, forse anche un pò malfamato.
Ero sicuro che il suo naturale iniziale senso di spaesamento avrebbe aggiunto qualcosa all'avventura.

Ora quindi Mari stava ritirando i bagagli: una minuta ed attraente ragazza giapponese, in visita, sola, vulnerabile, in un paese esotico, la terra dei mandolini e dei "pappagalli".

Dopo una breve attesa la vidi spuntare sorridente tra gli altri viaggiatori.
Mari è alta un metro e cinquantacinque, di media corporatura, forse un filo rotonda; i suoi capelli neri, lucidi, le sfioravano appena le spalle.
Indossava comodi abiti da turista: un paio di pantaloni di tela kaki, un top nero di filo, scarpe basse.

Era per me bellissima, fresca, pulita. Ci abbracciammo forte e ci baciammo mentre i turisti giapponesi che sciamavano attorno ci davano una breve occhiata incuriosita: ah, questi Italiani ...

"Tutto bene, Mari? Come è stato il viaggio?"
"Non male ma lunghissimo"

Ci avviammo verso il parcheggio. I nostri discorsi procedevano come un fiume in piena, a riguadagnare il tempo perduto, i lunghi mesi di lontananza.

"Sei sempre d'accordo?" le chiesi ad un tratto, lanciandole un occhiata di soppiatto.
Rispose abbassando gli occhi, arrossendo leggermente: "Si" ed alzandosi sulla punta dei piedi mi diede un rapido bacio sulla guancia.
Il traffico in tangenziale era migliore del solito: molta gente era già in ferie..
Uscii dalla tangenziale per immettermi sulla statale. Il traffico diminuiva man mano che la notte estiva, calda e afosa, avanzava.
Mari era sconcertata e divertita dal continuo crepitare dei milioni di insetti che si spiaccicavano sul parabrezza.
Neanche nel sud-est asiatico aveva mai visto niente del genere.

Oltre la città di XXXX il traffico era sempre scarso, anche di giorno.
I paesi erano pochi e ben distanziati, separati da alcune grandi cascine, sparse sull'ampia pianura.
Ormai eravamo a soli 20 km da casa.
Svoltai improvvisamente a destra, su quella che era poco più di una traccia per trattori.
La pista si perdeva nel buio.

"Siamo quasi arrivati!"
Dopo qualche istante, sorrise, "Mi avevi detto che abitavi in campagna, ma, non pensavo così ...."
"Così come ?" anch'io sorridevo.
"Così .... solitario, isolato"
"Beh, qui non siamo in Giappone. Abbiamo ancora della vera campagna" (magari fosse sempre così, pensai).

Il gioco era iniziato.

Dopo un chilometro arrivammo ad una strana costruzione, immersa nell'oscurita. Qui la strada finiva improvvisamente.

"Ma come ...." mi guardò innevorsita.
"Volevo farti vedere una cosa, Miwa" ghignai, ormai trionfante, utilizzando per la prima volta il suo "nom de plume".
Diressi rapidamente la macchina dietro un alto muro, accostando in modo da non lasciare spazio per la fuga al passeggero.

Spensi la macchina. Nell'improvviso silenzio si sentivano solo i grilli e le rane.

"No, andiamo a casa tua" disse cercando di mettere la maggiore distanza possibile tra me e lei.
Presi la borsa, che avevo precedentemente nascosta sotto il sedile. L'aprii senza fretta: avevo tutto il tempo che volevo.

"Cosa vuoi fare?". Le manette di acciaio brunito si vedevano a malapena nella penombra.
Mari-Miwa, vedendole, prese a tempestarmi con i suoi piccoli pugni.

"Non ho intenzione di farti del male. Stai brava e tutto andra bene".

Mari lottò debolmente. senza convinzione, proprio come una brava ragazza, a cui è impensabile che possano capitare certe cose, quasi paralizzata. Le costrinsi senza sforzo le mani dietro la schiena e le misi le manette, stringendole appena il necessario per immobilizzarla per qualche minuto.

"Adesso apri bene la bocca" le dissi mentre prendevo la palla di spugna. Dopo qualche istante "capì" e si mise ad implorare.

"No, per favore, quello no ..."

"Quello cosa ?" non potei fare a meno di sorridere. Sembrava che non riuscisse a pronunciare la parola "bavaglio"

"Non c'è ne bisogno. Giuro che non griderò". Mari probabilmente ricordava qualche film.

Stetti fermo per un istante, fingendo di considerare la sua proposta.

"Mi dispiace ma è indispensabile"

Miwa teneva la bocca serrata.

"Non costringermi" e feci il gesto di chiuderle le narici con una mano.

Prima che arrivassi a farlo, aprì leggermente la bocca, quel tanto che bastava. Le spinsi ben bene la palla in bocca.

"hhhhnnnnooooppphhhh" cercò di dire, indignata. Tenendole una mano sulla bocca, estrassi il nastro isolante, spesso, nero.
Presi ad avvolgerglielo attorno alla testa, all'altezza della bocca.
Sapevo che dopo sarebbe stato difficile toglierlo ma, insomma, a me il nastro adesivo piace così!
Ad ogni giro i suoi mugolii diminuivano progressivamente di intensità. Ne feci parecchi.

"E' quasi finito ..." la rassicurai.

Estrassi anche alcuni spezzoni di morbida corda di nylon da 7 mm. Con il primo le legai bene le mani dietro la schiena.
Le tolsi le manette, ormai inutili.

Poi le legai le caviglie, le cosce appena sopra il ginocchio. Le unii le braccia al busto con alcuni giri del penultimo spezzone, che feci incrociare più volte sui suoi piccoli seni e sulla vita, fermandolo bene.

Mi fermai, soddisfatto, a contemplare il mio lavoro, sicuramente accettabile.

"Sono sicuro che pagheranno un bel riscatto per te".

Riavviai per un momento la macchina, per allontanarla dal muro.
Nei pochi istanti che misi a girare intorno all'auto, Miwa riuscì ad aprire il suo sportello,
e si buttò goffamente al di fuori della macchina, sul prato invaso dalle erbacce.
Emise quello che nelle sue intenzioni voleva essere un grido di aiuto.
Il tentativo era assolutamente patetico e irrazionale: nessuno avrebbe potuto sentirla anche se non fosse stata imbavagliata.
La macchina era ben nascosta alla statale, peraltro deserta, dal muro del tirasegno abbandonato, di fronte a noi si stendeva la campagna buia e silenziosa.

Feci gli occhi cattivi e la presi in braccio.
"Spero che tu non mi costringa ad usare il cloroformio".
Aperto il baule della macchina feci spazio tra i suoi bagagli e la gettai dentro, abbastanza rudemente per sottolineare la minaccia.
Con l'ultima spezzone di corda le unii i polsi il più possibile vicino alle caviglie.
Una serie di mugolii di protesta mi confermarono quello che già sapevo: la posizione era decisamente scomoda.
Infine coprii lei e i bagagli con il plaid e chiusi con attenzione il portellone.

Fumai una sigaretta, rendendomi per la prima volta conto dei nugoli di zanzare che mi attorniavano, fameliche.
Finora era andato tutto bene: solo loro e le rane erano i testimoni del sequestro.
Riaprii il baule e scostai il plaid.

"Tutto bene?"

I bellissimi occhi a mandorla di Mari sorrisero al di sopra del bavaglio. Annuiva.

Allora mi permisi, a suo esclusivo piacere, di aggiungere qualcosa.
Qualcosa che a rigore non serve a tenere immobilizzato un ostaggio.
Presi una corda di poco più di un metro, su cui avevo già fatto alcuni nodi, abbastanza grossi.
Legai le due estremità alla corda che le cingeva la vita, davanti e dietro, facendola passare per l'inguine e stringendola in modo che i nodi premessero bene, soprattutto sul pube, sulla clitoride, sul solco tra la vagina e l'ano.
Completai l'opera bendandole gli occhi con un altra striscia di cerotto.

Rimisi a posto il plaid e richiusi il baule. Ripartii.

Nonostante fossero ormai le 2 c'era sempre il pericolo di qualche posto di blocco, di qualche controllo.
Tale eventualità sarebbe stata molto imbarazzante, addirittura pericolosa negli istanti iniziali

C'era inoltre la possibilità che Mari, presa dall'entusiasmo, recitasse fin troppo bene la sua parte di ostaggio, magari battendo i piedi sul portellone mentre ero fermo a qualche semaforo in un centro abitato.

Quindi seguii sempre strade secondarie, evitando la città.

In ogni caso dopo poco più di 20 minuti fermavo la macchina nel mio cortile, il piu vicino possibile al portico, in modo da evitare gli sguardi di qualche vicino in preda all'insonnia.

I miei cani si fecero subito incontro, festosi come al solito.

Aprii il baule, presi Mari, la posai sotto il portico ed estrassi le chiavi dalla tasca.
I cani erano stati immediatamente attirati da quella cosa insolita che giaceva per terra e la annusavano incuriositi.
Addirittura Pluto, come sua pessima abitudine, le infilò inquisitorio il muso in mezzo alle chiappe.
Questa volta ebbe modo di farlo con agio e a lungo.
La persona in questione non era in grado di allontanarlo con un gesto infastidito.

Accesi la luce e portai l'ostaggio al sicuro, in casa, posandola sul tappeto.
Tolsi la corda che formava lo "hogtie", arcuando le gambe sopra di lei.

La mia azione fu accolta da un grugnito di sollievo da parte di Mari.

Stesi un asciugamano su una poltrona e la feci sedere:
Mari era coperta di sudore, dopo aver passato 20 minuti nel baule della mia macchina.
Le tolsi il cerotto dagli occhi, con delicatezza.
Sbattè gli occhi con fastidio alla luce improvvisa.
Con un altra salvietta le asciugavo il sudore. Intanto Mari si guardava attorno, forse giudicava l'arredamento.

Muovendosi e mugolando mi fece capire che aveva bisogno di qualcosa.
"Devi pisciare ?" Fece segno di si.
L'ultima volta che la poverina era stata in una toilette era sicuramente stata in aereo.
La presi di nuovo in braccio e la portai in bagno. Le slegai le corde che le stringevano le cosce e l'inguine, e le calai i calzoni e gli slip. La feci sedere sulla tazza; Miwa diede sfogo alla vescica piena mentre la guardavo divertito.
La rivestii, legandola nuovamente sopra e sotto le ginocchia. La riportai sulla sua poltrona e presi la Polaroid con il flash.
"Questa e per la tua famiglia" le dissi prima di scattare la foto.

Allora Mari assunse una vera posa tipo "come sono disperata, mi hanno rapita".

"Immagino che tu abbia sete ...". Fece ancora cenno di si, mugolando.
Mi chinai leggermente verso di lei, sollevandole il mento tra le dita.

"Stammi bene a sentire, piccola. Adesso ti levo il bavaglio.
Una sola parola e ti imbavaglio di nuovo, ti chiudo in cantina, legata come un salame fino a domattina.
Se invece stai tranquilla ti lascio fare una doccia e forse ti dò anche qualcosa da mangiare."
L'ostaggio annuì rapidamente. Non poteva fare altro che accettare le mie condizioni.

Iniziai a toglierle il nastro adesivo, che naturalmente veniva via con una certa fatica dai suoi capelli.
Mari tento' di lanciare qualche ahii di dolore (alquanto esagerati, a mio parere).
Per questo motivo non le tolsi la spugna di bocca fin quando non ebbi finito. Ne lei cercò di espellerla con la lingua.
Infine ne venni a capo ed estrassi finalmente il tampone.
Mari, ripreso fiato ed inumidita la bocca con un bicchiere d'acqua, cercò subito di recriminare:
"Guarda che lavoro hai fatto, ho tutti i capelli rovinati ..."

Le appoggiai piano il palmo della mano sulla bocca:
"Ssssshhhh, guarda che non sto scherzando ....".

La baciai teneramente. Aveva le labbra appiccicose, le guance erano sporcate di adesivo. Avevo gia' dimenticato il mio ruolo.

"Perchè mi hai rapita? Cosa vuoi farmi?" Mari non ammetteva divagazioni.

"Ho fatto delle ricerche su di te. E ho scoperto che la tua famiglia è ricca...molto ricca.
Tu sostieni di essere una semplice insegnante. Ma io so che sei scappata da casa, che sei in rotta con i tuoi.
Una volta scoperto chi eri è stato facile organizzare tutto. Ingenuamente ti sei praticamente consegnata a me a domicilio.
I tuoi da molto tempo avrebbero voluto far pace, riaverti a casa. Beh adesso per riaverti sana e salva dovranno pagare un bel pò".

Sempre pronto ad inventare le stronzate più ripugnanti, pensai sorridendo.

"Tu sei matto, non sono ricca! Hai sbagliato persona, mi hai preso per qualcun'altra" singhiozzò Mari.

"Lasciami andare e non dirò niente a nessuno. Lasciami libera, ti prego ...farò tutto quello che vuoi..."

"Ma tu farai comunque tutto quello che voglio, cara Miwa" sussurrai perfidamente.

Un pensiero improvviso contribuì ad aumentare il panico che attanagliava la povera Mari.

"Io ti conosco. So chi sei. Anche se i miei pagassero il riscatto, come farai a lasciarmi andare, dopo?"

"Di questo ce ne occuperemo dopo. Non ho intenzione di farti del male comunque" feci rimanendo nel vago.
Anche perchè al riguardo non avevo ancora inventato niente.

"Ora hai parlato anche troppo. Non vorrei mai farti rimanere senza fiato" feci prendendo una lunga bandana colorata.
La imbavagliai di nuovo, nonostante le proteste, utilizzando la bandana per un "cleave gag".
Controllai accuratamente, a lungo e con attenzione, i legacci. Una scusa per palpeggiarla un po'.

Mari era più bella che mai, la bandana le stava proprio bene sui suoi capelli neri, setosi.
Strinsi un po' tutti i nodi, strappandole qualche gemito soffocato.
Lasciandola legata sulla poltrona uscii per prelevare i suoi bagagli. Li portai in casa.
Lei, quando ero in vista, mi seguiva continuamente con lo sguardo, assorta in chissà quali pensieri.
Potrei affogare nei tuoi occhioni, Mari.

"Su, è ora di andare a nanna. La giornata è stata faticosa per entrambi" feci magnanimo.

Me la caricai sulle spalle e mi avviai verso la cantina, la sua cella.

Credo che sarete d'accordo con me che un ostaggio deve essere custodito in un posto buio e polveroso.

La mia cantina lo è.

Al centro della cantina avevo sistemato una brandina, due sedie, un tavolo. Posai Mari sulla brandina, a pancia in giù.
La povera Miwa (forse anche Mari) non era sicuramente rassicurata dall'aspetto della cantina.
Pazienza rapirmi, ma farmi passare la notte qui è troppo, sembrava dire con le sue occhiate nervose.

Le misi il collare, che assicurai alla testiera del letto con una corta catena.
Poi le slegai le corde alle caviglie ed alle ginocchia.
Infine le tolsi le scarpe e le sfilai i calzoni, tra le rumorose proteste di Mari, che immaginava chissa' cosa.

Le lasciai gli slip e le misi due comodissime legacaviglie, unendole tra loro con un gancio,
a sua volta assicurato al letto da una corda. Poi le slegai i polsi e le braccia. Le sfilai anche il top scoprendole il petto.
I capezzoli erano turgidi, forse anche per il relativo fresco della cantina.
Le legai di nuovo le mani dietro la schiena con il legapolsi.
Mari era pronta per la notte.

Le diedi il bacio della buona notte.
Mari guardava con preoccupazione gli angoli meno rassicuranti della cantina, coperti di ragnatele.
Chissà quali animali vivono nelle cantine italiane, sembrava pensasse.
Topi purtroppo non ne ho, ragni quanti ne vuoi.
Spensi la luce e risalii in casa, lasciandola sola.
Il modo in cui avevo legato e imbavagliato Miwa le avrebbe permesso di passare tranquillamente la notte da sola, senza pericoli di soffocamento o di circolazione agli arti.

Ma in realtà così Mari passò un solo quarto d'ora, il tempo di iniziare ad assaporare la sua prigionia.

Eravamo d'accordo che il nostro gioco sarebbe cessato ogni sera,ad una determinata ora, per riprendere il mattino dopo.
Non è sicuramente possibile tenere una persona legata, 24 ore su 24, per tre giorni senza rischi, avevo molto insistito su questo.
Ne io forse lo desideravo, non esiste solo il bondage e neanche solo il sesso. Avevo anche voglia di una bella chiacchierata.

Inoltre sicuramente Mari era molto stanca, era molto tardi. Decisi pertanto di soprassedere per oggi.

"Per oggi basta, Mari, ok?". La abbracciai forte, me la coccolai un pò: Mari rideva. Le tolsi il bavaglio, incominciai a slegarla.

Non la slegai completamente però, non ancora.
Prendendola per un braccio la guidai per le varie stanze, presentandole la casa.
Lei ancora con le mani legate dietro la schiena e scalza, come gli orientali amano fare nell'intimità.
Infine le sciolsi anche le mani.Si sentiva solo qualche cane che abbaiava, lontano.

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                                                          Mercoledì
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Alle nove suonava la sveglia. Mari iniziava il suo secondo giorno da prigioniera.

Per gentile concessione Mari potè lavarsi nè riuscii ad aiutarla in questa incombenza
(grazie, i denti sono capace a lavarmeli da sola, mi disse).

Non le permisi pero' di sedersi sul water ne di vestirsi.
Miwa doveva essere nelle stesse condizioni in cui il crudele rapitore l'aveva lasciata: seminuda, legata e imbavagliata.

Ricondussi Mari in cantina e la legai ed imbavagliai esattamente come prima.

Sarei volentieri tornato a letto un paio d'ore
(in realtà stamane, dopo averla slegata, eravamo rimasti svegli ancora per un bel pò).

Invece andai al PC, l'accesi e lanciai il software per la Quickcam ed il microfono che avevo nascosto in cantina, tra le bottiglie di vino.

Mari era liberissima di credere o meno che fossi così stronzo da lasciarla sola, legata ed imbavagliata in una cantina a 10.000 km da casa, a seguire le sue fantasie.
Io avevo le mie responsabilità.
Mari, nel monitor, guardava ancora in giro, con diffidenza, per quanto i legacco glielo consentivano (non mi aveva comunque chiesto niente prima).

Poi incominciò a dimenarsi e grugnire, cercando forse di liberarsi ma più probabilmente solo facendo finta.

Pensava che fossi solo aldilà della porta della cantina, a guardarla attraverso lo spioncino ?
Si sbagliava.

Avrei potuto chiudere le trasmissioni, uscire, comprare il giornale, magari fare un giro, con comodo, in quel nuovo negozio di computer.
Al ritorno l'avrei trovata ancora li, nella mia cantina: a mia completa disposizione e dipendente in tutto da me.

Ovviamente non lo feci però mi trastullai un pò con questo pensiero.

Non le avevo legato la corda in mezzo alle gambe: in fondo non era mica in vacanza, almeno fino a stasera!

Per cui tutti i suoi strofinamenti sul materasso non potevano molto probabilmente portare a compimento l'eccitazione che la situazione le stava di nuovo procurando.

Mezz'ora dopo comincio a mugolare qualcosa, forte, cercando di essere sentita,
qualcosa che ben presto riconobbi per il mio nome d'arte.
Non era quindi la parola di sicurezza, nè nella sua variante vocale od in quella muta.

Aveva bisogno di qualcosa ma non voleva interrompere il gioco. Il suo goffo appello era per il sequestratore, non per me.
O sperava solo che mi scoprissi e quindi rivelassi dov'ero ? No cara, non ci sono, dissi tra me e me.

Decisi quindi di non scendere alle 10 come avevo pensato ma mezz'ora più tardi. Dopo un pò si mise tranquilla.
Incredibile si era addormentata (o faceva finta).

Preparata la colazione scesi di sotto, aprii sferragliando la porta di metallo della cantina. Mari era come l'avevo lasciata, si era veramente addormentata.

"Sveglia". La svegliai piuttosto bruscamente. I carcerieri non sono al servizio degli ostaggi.

Sganciato il collare le feci sedere sul vaso da notte, trovato chissà dove e che avevo predisposto lì in cantina, a portata di mano.

Questa posizione sarebbe stata troppo instabile per una ragazza appena più grande di Mari: sarebbe caduta, lei e il vaso.
Per Mari, appena sostenuta dalla mia mano, andava bene.

Come una bambina piccola fece i suoi bravi bisogni sul vasino, con le cocche del bavaglio che le solleticavano la schiena e quasi arrivavano a sfiorarle le mani legate dietro la schiena.

Certo, pensai improvvisamente, che bello sarebbe essere medici e sapere usare un catetere.

La tirai in piedi e la pulii ben bene con la carta igienica.
Mari cercava di strusciare il più possibile il pube sulla mia mano. Adesso era lei a non recitare più.

Le feci una rapida toeletta con delle salviette usa e getta. Fattala sedere, finalmente le sfilai il bavaglio, lasciandolo però legato intorno al collo, a mo' di collana, intriso di saliva sul davanti.

"Perche mi tieni sempre imbavagliata? Faccio fatica a respirare ... e mi fa paura" mentiva spudoratamente Mari.

Stamane il sequestratore era querulo, pronto a dare spiegazioni.

"Per due motivi: prima di tutto qualcuno potrebbe anche capitare da queste parti e sentirti. Non farti illusioni comunque, siamo ben isolati qua (non era vero).
Secondo, il blando senso di soffocamento che dà mi permette di tenerti mezza addormentata, meno capace di pensare ed agire.
Preferisci che ti droghi? Potresti rimanere qua anche molto a lungo".

"Quanto a lungo?"

"Questo dipende dai tuoi. Se sono ragionevoli solo pochi giorni. Adesso mangia".

Incomiciai a imboccarla. La colazione non era in realtà molto abbondante: una tazza di caffelatte e due biscotti. Qualche goccia di latte scese da un angolo della bocca sul seno. La ripulii.

"Prendi questa" dissi porgendole una pillola. Sul tavolo, accanto, avevo posato un bicchiere con un pò d'acqua.

"Cos'è!" fece ritraendosi.

Le aprii la bocca stringendole le guancie a tenaglia con la mano e le posi la pillola sulla lingua. Tenendole sempre la bocca aperta le accostai il bicchiere e le feci inghiottire quella misteriosa compressa.

Non mi ero dimenticato della sua pillola anticoncezionale.

Il mio ruolo era quello del rapitore artigianale, solitario: un balordo insomma.
Non dovevo rispondere a nessun capobanda di eventuali molestie sessuali all'ostaggio.

Incominciai ad accarezzarla, ad impastarle i seni con le mani, sempre meno delicatamente delicatamente man mano che passavano i minuti.

Mari, già eccitata per conto suo, reagiva a questo trattamento. Non volevo però esattamente questo, almeno non ora.

La posai sulla brandina. Le misi una striscia del nastro isolante nero, probabilmente cinque centimetri di larghezza, sugli occhi.

Le mani, già ammanettate dal legapolsi, vennero legate dietro la schiena, incrociate, con la corda di nylon, da montagna. Stesa lì sul letto incominciai ad esplorarla, ad esaminarla, a rigirarla, come un bambino che analizza freddamente, scientificamente, le possibilità offerte da un nuovo giocattolo: magari pensando ad aprirlo per vedere come è fatto dentro.

In breve, Mari si rese conto che non sapeva mai cosa aspettarsi: un contatto neutro o addirittura involontariamente piacevole o invece una strizzata, qualche dito che penetrava troppo rapido ed inquisitorio.

"Ouch !!" questo non le era piaciuto troppo.
Vicino al suo letto c'era un mobiletto, con alcuni cassetti.
Da uno dei cassetti presi il bavaglio con la palla blu lo posai sulla brandina, a portata di mano, vicino a lei, cieca, ignara.
Un nuovo acquisto, un regalo per lei. Ripresi i miei esperimenti.

"Ahi, mi stai facendo male!!" proruppe indignata. Non aspettavo altro. Le infilai la palla in bocca.
Velocemente allacciai la cintura dietro la nuca. Mari grugnì sorpresa. Non aveva mai portato questo tipo di bavaglio.
Per non sbagliare (sono un purista: i bavagli devono essere efficaci),
le applicai sopra diverse striscie del nastro isolante nero, fino a nascondere completamente la pallina.

Continuai così per un pò, mentre i guaiti soffocati di Mari aumentavano ormai più solo di frequenza e non certo di intensità.
Però si muoveva ancora troppo: con una corda le legai strette le braccia al corpo, facendole fare diversi giri intorno ai seni.
Insomma strizzandoglieli un pò, per quanto le possibilità offerte da Mari in tal senso non fossero eccezionalmente elevate.
Sacrificai, temporaneamente, qualche possibilita legandole le gambe unite sopra e sotto il ginocchio, assicurandole le caviglie legate al letto.
Con alcuna cinghie già predisposte sul telaio della brandina la immobilizzai completamente al letto, supina.

Mari non si sentiva masochista: non era attratta dalla sofferenza fisica.

Ovviamente, in precedenza, avevamo parlato a lungo di queste cose, con sollievo e trasporto crescenti man mano che ci scoprivamo.
La sua prima esperienza di bondage, se così si può dire, era stata a 5 anni.
Le era capitato tra le mani per caso un fumetto.
Niente di strano o forte, doveva essere solo un qualche antenato di Lupin III o di City Hunter.
Lei non sapeva ancora leggere ma ricordava bene alcune tavole con il disegno di una ragazza, legata e imbavagliata, ed il languore, il calore che quella visione le aveva procurato.
Nei giochi con gli altri bambini le piaceva assumere, quando c'è n'era la possibilità, il ruolo della prigioniera.
E passava ore, sovente solo fingendo di essere legata, prigioniera, nascosta in uno scatolone, mentre gli altri bambini si rincorrevano.
Poi la scuola,le prime storie, il lavoro come maestra in una piccola città di provincia:
lasciata l'infanzia, queste esperienze non avevano trovato ancora realizzazione nell'età adulta, per una ragione o per l'altra, nonostante le possibilità offerte dalla società giapponese fossero, almeno ai miei occhi, superiori alle nostre.

Infine Internet aveva finalmente dato un nome alle sue fantasie, ai suoi giochi solitari.

"Quella voglia di essere fisicamente impotente, irresponsabile si chiama bondage e non piace solo a me ma anche ad altri, dovunque nel mondo" aveva scoperto.

Ed il resto era storia di questi giorni.

Venendo a noi pensavo, mentre salivo di sopra in bagno, se Mari avrebbe accettato di apprendere che essere senza difese talvolta non è solo una possibilità eccitante, ma comporta delle conseguenze fisiche, concrete, non volute ne desiderabili.

Prese un pò di mollette ridiscesi immediatatamente da lei.
Cominciai a metterle una molletta su un capezzolo. L'effetto fu istantaneo, anche a causa della sorpresa.

"MMMMMMPPPPPPPPHHHHHHHH!!!!!" Mari scattò come una molla, per quanto i legacci glielo consentivano.

Proseguii a metterle le altre mollette, sul capezzolo rimasto e sui seni, ancora più esposti dalla corda che li strizzava.

Man mano che proseguivo i suoi mugolii si facevano meno marcati: passata la sorpresa, in parte lo spavento, le mollette erano meno temibili di quello che potevano sembrare.

Brava Mari. Le insinuai una mano tra le cosce sudate.

Instintivamente Mari si irrigidì: temeva che iniziassi a tormentarla anche lì.
Ma la rassicurai: incominciai ad accarezzarla, con il palmo della mano premuto sul pube.
Con l'altra mano proseguivo a mettere e togliere le mollette.

Volevo forse inconsciamente insegnarle ad asssociare il piacere con il dolore ? Beh, tutto sommato neanch'io mi ritengo un sadico.

Mari, nonostante le mollette, ricominciava visibilmente ad eccitarsi.
Vedendola un pò rossa, congestionata, mi fermai un attimo e le tolsi pian piano il nastro adesivo dalla bocca. La pallina era relativamente piccola, poteva respirare meglio.
Sciolsi le cinture che l'assicuravano al letto, le corde alle gambe ed alle caviglie.

Le aprii le gambe e, lasciate perdere le mollette, cominciai a stimolarle il grilletto.
Poi la tirai su, seduta ai bordi del letto ed immersi il viso tra le sue cosce aperte. mentre con una mano impugnavo i polsi legati dietro la schiena, bloccandola a me. Mari, con la testa chinata verso di me, ancora bendata, ruscellava saliva dalla bocca imbavagliata dalla palla blu. Infine la feci venire.

Come rapitore ero stato fin troppo generoso. Ora toccava a lei.
Sostituii la pallina con il pene; e Mari non ebbe bisogno di molto tempo per far venire anche me.

Coffee break.

Le tolsi anche la benda dagli occhi. Mi assicurai che tutto fosse OK: era ormai legata da più di tre ore. Le diedi da bere e la ripulii un pò: era in uno stato pietoso.
Volevo rinfrescarmi anch'io ma non volevo lasciarla li sola.
La misi sulla sedia e le legai di nuovo, temporaneamente, le caviglie.

"Se adesso stai buona ti porto su un cesso vero".

Le sciolsi le mani e gliele massaggiai un pò. La ammanettai, questa volta con le mani davanti. E, visto che il piano di sopra era potenzialmente più "pericoloso", le annunciai che ero costretto ad imbavagliarla di nuovo. Che dispiacere...

Usai la pallina e, a seguire, un bel foulard ampio e colorato: cerchi di colori allegri su uno sfondo bianco. Me la caricai sulle spalle e la trasportai di sopra, godendomi ogni gradino delle scale. Infine misi a sedere mari sulla tazza del water.
Mi svestii sotto i suoi occhi, preparandomi alla doccia, cercando di fare in modo che lei non fosse nient'altro che un pezzo di mobilia.

La minacciai con un dito:"Io mi faccio una doccia. Tu stai lì e non muoverti neanche di un millimetro, se no sai cosa potrebbe succederti".

L'avevo provocata.

"hhcosaafhh?" gli occhi sorridevano.

"Meglio che tu non lo sappia mai". Non potei fare a meno di ridere con lei, complici, quando, presi i miei slip sporchi, glieli infilai in testa, la patta profumata a coprirle il nasino e la bocca.

Entrai nella doccia.

Mari mi aveva visto mentre chiudevo la porta del bagno e riponevo la chiave in alto, irraggiungibile. Pensavo che si sarebbe limitata a cercare di togliersi il bavaglio, le era almeno possibile sfilarsi il foulard, ci arrivava.

Un occasione per punirla, per imporle una legatura più stretta

Intravedevo la sua sagoma attraverso i vetri smerigliati della doccia. Stette tranquilla per 5 minuti buoni, mentre mi lavavo.

Forse le scappava qualcosa di più impegnativo e non voleva perdere l'occasione,
chissa quando, nella giornata, si sarebbe ripresentata.

Forse, semplicemente, le piaceva l'odore dei miei slip.

Avevo quasi finito quando la vidi alzarsi. Me la presi comoda: che poteva fare la poverina?
In un attimo prese uno sgabello di plastica gialla, incastrato vicino alla lavatrice, lo portò vicino alla finestra, la aprì, e salendo sopra lo sgabello, si sedette sulla mensola e sgusciò fuori.

Mari era in giardino.

Schizzai alla finestra. La vidi che, gettate le mie mutande chissà dove, si girava a destra e sinistra per decidere la strada. Mi vide e scappò.
Mi precipitai, nudo e grondante, fuori per la stessa strada. Per fortuna aveva preso diritto.
A destra, verso il retro della casa, dopo pochi metri sarebbe stata in piena vista di alcuni miei anziani vicini, marito e moglie, che a quest'ora, probabilmente, erano lì a zappettare nell'orto.
A sinistra, in cortile, sarebbe stato solo meno peggio, all'inizio, ma, essendo il terreno più agevole, avrebbe potuto corrermi via e farsi vedere dai quattro lati prima che avessi potuto acchiapparla.

Lei non poteva sapere queste cose (la scorsa notte non le avevo certo fatto vedere la mappa catastale) e correva via, nuda, ammanettata e imbavagliata, pensando che i miei richiami in anglo-italiano facessero parte del gioco.

Dopo pochi metri fu bloccata dal muro del vecchio canile e fu obbligata a voltare verso sinistra. Non vide, per fortuna, ancora più a sinistra il passaggio tra i limoni che l'avrebbe riportata verso il cortile anteriore (ma aveva già perso tempo).
Tirò dritta, dove il comodo lastricato si trasformava in grandi aiuole, bordate da pietre aguzze, all'ombra di alcuni alberi. Mari rallentò ulteriormente: non voleva rompersi l'osso del collo o ferirsi i piedi.

La raggiunsi sotto l'olmo, la abbrancai e scivolai. Riuscii a farmela cadere addosso, in mezzo alle foglie secche.

"Cazzo, ti sei fatta male ?".

Invece di rispondermi, Mari cercò in tutti i modi di divincolarsi, provando nello stesso tempo tutte le possibilità canore offerte dal bavaglio.

No, non si era fatta male.

Non feci fatica a rovesciarla a terra e le misi una mano sulla bocca, coprendole anche il naso per zittirla completamente. Tenendola bloccata, mi sporsi cautamente per scrutarmi intorno.

Sembrava che nessuno ci avesse visti.

Le tolsi la mano dal naso. Intanto, buoni ultimi, arrivavano i cani, abbaiando indignati. In tanti anni non avevano mai visto un simile spettacolo. Rifacemmo la stessa strada, lei portata di peso, divincolandosi come una gatta inferocita.

Mari si stava indubbiamente divertendo moltissimo.

Nonostante cercasse di puntarsi con i piedi, riuscii a forzarla oltre la finestra, in bagno, dove ben presto la raggiunsi.

Mari era gloriosa, ansante, nuda, sporca di terra e di foglie.
Gli occhi sorridevano a dire "Hai visto ?".

La presi tra le braccia, tolsi in fretta quegli stracci dalla sua bellissima bocca e ci baciammo. Le tolsi anche le manette: facemmo l'amore lì, in bagno.

E poi la doccia, insieme.

Poi, pian piano, il mio ruolo di rapitore riprese il sopravvento:
l'aveva fatta grossa, quanto, non glielo dissi (lo capì da sola due giorni dopo, quando salutai il vicino che curava gli zucchini oltre la rete di cinta, a non più di 10 metri da noi seduti a prendere il fresco. Lei fece "Oh" ed arrossì visibilmente.).

Dovevo convincerla a non scappare più.

"Sono stato troppo gentile con te. Adesso ti sistemo come meriti, Miwa".

Era quasi l'una: intanto le annunciai che avrebbe saltato il pranzo.

Rimisi le manette dove dovevano stare. e cioè ai suoi esili polsi di madreperla.
In bagno c'era già tutto l'occorrente: una spugna sintetica, gialla, molto più grossa di quella di cui mi ero servito ieri, una benda elastica, lunga, con due striscie di Velcro alle estremità.

"Apri la bocca"

"Vuoi davvero usare quella cosa .... ma è troppo grossa" protestò

"Apri la bocca, ho detto".

Mari teneva ostinatamente le labbra serrate. Spingendola contro una parete, le tappai il naso con l'altra mano. Dopo un numero non indifferente di secondi cedette, aprì la bocca ed incominciai a infilarle la spugna, poco per volta. Riuscii a farla entrare tutta; la spugna era veramente grossa, la bocca di Mari spalancata al massimo, le mascelle tese,
le guancie rigonfie come quelle di un criceto.

Cominciai con cura ad avvolgerle la benda intorno alla bocca.
Tutta la parte inferiore del suo viso, da una frazione di millimetro sotto le narici alla punta del mento scomparve ben presto sotto la benda elastica, che venne fissata dal Velcro.

Un bavaglio efficace, infido, scomodissimo per chi è obbligato a portarlo. Però si può togliere in 10 secondi.

Le diedi un pizzicotto per testare il bavaglio.
Mari emise un debole suono gutturale dalla gola. Non riusciva neanche a mugolare.
La portai nella sua cella. Le legai di nuovo le mani dietro la schiena, le caviglie, le gambe.
Le misi anche la corda intorno all'inguine: chissà se l'avrebbe apprezzata anche in questa situazione, pensai. La sistemai sulla sedia, assicurandovela ben bene, legandole stretto il busto alle braccia e fissandole le caviglie, sollevate da terra e piegate all'indietro, al montante inferiore della sedia.

Mari appariva perplessa, forse era stanca, forse pensava che stavo esagerando.

Ma poteva sempre grugnire la parolina magica, fermare il gioco quando voleva.

"Mari, solo una prova: prova a dirmi la parolina magica". Ecco, appunto, non riusciva a dirla.
"Grazie Mari, solo questo volevo" dissi perfido. In realtà poteva sempre muovere la testa come avevamo concordato.

Il gioco comunque mi stava prendendo la mano.

Presi un foulard di seta, a vivaci disegni dorati e blu, non ancora usato prima.
Ripiegato piu volte a rettangolo, glielo legai come avevo visto in molte immagini giapponesi, inclinato sopra la nuca, copriva anche il naso oltre la bocca, arrivando poco sotto gli occhi.

Mari poteva respirare solo attraverso la seta del foulard.

"Tu stai qui fino alle 8" e feci per andarmene.

Finsi di essere richiamato dal penosi suoni gutturali che aveva iniziato a fare dopo il mio annuncio.

"Non capisco. C'è qualcosa che non va ?" stetti ad ascoltarla per qualche secondo.

"No, proprio non capisco. Ah, dimenticavo: se ti viene la nausea cerca di fare dei bei respiri profondi".

E me ne andai di sopra, al computer. Per quello che ne sapeva, lei in questo momento mi era completamente invisibile.
Qualsiasi suono o gesto avesse potuto fare sarebbe stati inavvertiti da me. Non era così, c'erano la Quickcam ed il microfono, ma lei, ripeto, non lo sapeva.

Non mi sentivo del tutto a posto. Ero sicuramente nelle condizioni di accorgermi in tempo se qualcosa non andava. Sicuro? Beh, quasi sicuro.
Man mano che passavano i minuti mi sentivo sempre più un verme, sicuramente non stavo mettendo a rischio la creatura che più amavo al mondo, però forse la stavo spaventando a morte. Mancavo alla fiducia che mi aveva donato.

Ma il cazzo, l'erezione pulsante, quasi dolorosa, diceva:" Coprila di catene, chiudila nella segreta più profonda e non farle mai più vedere la luce. Legala come una mummia, mettile un cappuccio..".

Vedevo Mari che stava sicuramente soffrendo. La bocca le faceva male, divaricata dalla spugna e compressa dai due bavagli.
Il respiro era appena sufficiente, se non si agitava troppo.
Infatti se ne stava buona buona, non si divincolava come era solita fare in queste situazioni.
Ma soprattutto era turbata, forse spaventata.
Io, in fondo, chi ero ? Avrei potuto, alla fine, rivelarmi per un pazzo, un maniaco.
In questa situazione bastava anche solo che fossi un disattento, un irresponsabile.

Io la guardavo e mi beavo, vile, di quella che pensavo fosse paura, degli occhioni dilatati che intravvedevo nella penombra.
Il suo respiro, faticoso, era distintamente percepibile ("falle male, falla morire di paura").

Dopo mezz'ora Mari piangeva. Scesi da basso, mi sedetti davanti a lei senza proferire parola, nella penombra (un pò di luce veniva da una finestrella in alto, fuori cantavano le cicale) e mi feci una sega, grandiosa, vedendo le lacrime scorrerle silenziose sul volto.

Più tardi Mari mi disse che la parolina magica non l'aveva mai pronunciata, che non aveva mai provato a segnalarmi con la testa, anche se, a un certo punto, era arrivata vicino a farlo.

Diceva la verità ? Grazie, Mari, ti amo, anima mia.

Con le mani tremanti le tolsi quella cosa dalla bocca.

"Mari, come stai ?".

Già sorrideva sollevata ma la voce era umida di pianto:
"Bene, bene .... scusami, sono una sciocca, non so perchè ma avevo paura che non venissi più"

Iniziai a slegarla.

Adesso le dico "OK, Mari, basta, ti porto a prendere un gelato. Lo sai che da noi fanno dei gelati buonissimi ?" E già mi vedevo per le strade assolate, deserte, per lei esotiche, tenendoci per mano, a ridere di ogni cosa.

"Ho imparato la lezione. Non cercherò più di fuggire. Ti prego ..."

Mari voleva giocare ancora. Dovevo trovare una soluzione ...

"Voglio essere generoso, ma non farmene pentire, puttana"
(chissa perchè, detto in inglese sembra molto meno crudo, più ludico, insomma).

La portai sulla brandina. Le legai le mani sul davanti, incrociate, con uno dei foulards (i polsi erano molto segnati), le caviglie unite con un altra sciarpa.
Per evitare che potesse muovere troppo le braccia gliele strinsi alla vita con una cinta, assicurandola nel contempo alla brandina.
La feci bere, sollevandole la testa delicatamente.
Le presi suoi slip, mai più indossati dalla mattina e glieli misi appallottolati in bocca, fermando il tutto con appena 2 striscie di cerotto.

Un trattamento da signori, poco più che simbolico.

"Adesso te ne stai qui buona, buona fino a quando vorrò io. Non posso certo stare a tua diposizione tutto il giorno".

Ne approffittai, avevo un pò di lavoro da sbrigare al computer.
Spostai la piccola finestra della quickcam sull'angolo a destra, in alto, dello schermo.
Mentre sbrigavo la corrispondenza vidi che Mari stava facendo buon uso del tempo a disposozione.
Le mani legate, con un pò di sforzo arrivarono alla sua topina. Mari si stava sgrillettando.

Dopo circa un ora Mari cominciò ad agitarsi e a mugolare.
Passati 10 minuti, visto che nessuna arrivava, mosse la testa nel modo che le avevo insegnato, grugnendo nel contempo la parolina magica.

"Che sarà" Scesi da basso e le tolsi il bavaglio
"Cosa c'è?".
"Mi scappa la pipì".

Sorrisi: "Vuoi smettere?".

"No, ma mi scappa la pipì" disse impaziente.

Hai voluto continuare? Adesso giochiamo, pensavo.

"Ragiona un attimo: ti ho rapita, chiusa qua dentro, vengo due volte al giorno, bontà mia,
a darti da mangiare lo stretto necessario, a farti fare i tuoi bisogni, a trombarti se ne ho la voglia.
Tra l'altro in questo momento non posso sapere che ti scappa la pipì: sono a fuori a telefonare, a trattare per il riscatto.
Ed anche se lo sapessi, probabilmente non me ne potrebbe fregare di meno.
Tu prova solo a farmi trovare il materasso bagnato e poi vedi".

"Mah ... mah ..."

"Vuoi che smettiamo?" la tentavo beffardo.

"No" fece, cocciuta ma non del tutto convinta.

Si lasciò tranquillamente rimettere il bavaglio.
Tornai di sopra e mi sedetti davanti al computer, aspettando che l'inevitabile accadesse, che se la facesse addosso.

Ma Mari, ancora una volta, voleva essere lei a condurre il gioco.

Piegando la testa ed il busto verso il basso riusci una prima volta a sfiorarsi la bocca con le mani legate.
Dopo diversi tentativi, riuscì finalmente ad afferrare saldamente un estremità del cerotto, sulla guancia.
Lo strappò via in un solo colpo, sicuramente estirpando più di qualche baffetto sopra le labbra.
Girando la testa di lato, sputò fuori le mutandine.

"AIUTO, AIUTO, MI HANNO RAPITA !!!!!"

Ovviamente, e per fortuna, gridava in inglese.

Scesi da bassa di corsa.
Aperta la porta smise di colpo di urlare, mi guardò maliziosamente e disse "Pensavo che fossi uscito a trattare il mio riscatto!".

le rimisi il bavaglio senza tante storie. Era in preda alla ridarella.

"Tu sei fuori di testa, vuoi che ti sentano tutti i vicini?" dissi con voce malderma, anch'io facevo fatica a stare serio.

L'avevo voluto lei, senza nessun dubbio, pensavo ammirato.

Le feci credere di aver vinto.

La misi sul vaso e la lasciai pisciare. Addirittura le massaggiai scherzosamente il pancino, lei scossa dalle risate.
Non mi aveva raccontato una palla, ne fece un bel pò.

Presi la corda.
Man mano che il mio disegno prendeva forma, il suo umorismo si smorzava.

Dopo poco Mari aveva le mani legate dietro la schiena, unite palmo a palmo. Le unii i gomiti con un altra corda, strappandole un gemito, non l'avevo mai legata così.
Stretti giri di corda le univano le braccia al busto, passando fitti sui seni e sulla vita.
Feci di nuovo passare la corda tra le gambe, assicurandola bene alla vita.
Le legai le caviglie e le gambe, sopra e sotto le ginocchia come al solito, ma lasciando libero un lungo capo alle caviglie.
La misi di peso sul letto, prona. Le sollevai le caviglie e gliele assicurai ai polsi con la corda che avevo lasciata libera.
La ripresi e la posai a terra, in ginocchio.
La guardai un attimo, poi presi un altra corda, gliela legai ai polsi e al collo, con un cappio molto ampio però,
in modo che la tensione si scaricasse sulle scapole ed alla base del collo.

Mari mi lasciò fare, molto incuriosita ("che gli passa in testa stavolta"), solo vagamente preoccupata, stava diventando una vera amante delle corde.

Il tocco finale.

Presi la spugna e guardai Mari. Lei mi rivolse un occhiata allarmata.

Poi mi girai e andai verso il vaso, colmo, poco più in là.

E la cacciai dentro.

Mentre inzuppavo la spugna di orina mi girai verso di lei e ghignai, ormai trionfante
"Indovina adesso dove va a finire questa spugna".

Mari spalanco gli occhi e diede la stura alla più impressionante stura di gemiti e mugolii, cercando vanamente di impietosirmi.

Strizzai un pò la spugna, non volevo certo affogarla, e mi diressi verso di lei con la spugna sgocciolante sul cemento (la prossima volta devo ricordarmi di mettere dei teli di plastica, pensai).

La cinsi col braccio sinistro, appoggiandola a me, reggendo la spugna con la mano.
Con la destra incominciai, con la delicatezza che prima lei non aveva usato con se stessa, a toglierle il nastro adesivo.

Via il nastro. Via le mutandine impregnate di saliva.

Le spinsi la spugna in bocca.
La spugna, strizzandosi, nell'entrare, sparse gran parte del suo contenuto sul mento, sui seni, sulla mia mano. Ma un pò di orina fini dentrò e le ando di traverso.
Aspettai, pronto a levarle la spugna. Pochi colpi di tosse e le era passata.
Finii di cacciarle dentro in bocca tutta la spugna.
Poi presi la benda elastica e presi ad avvolgerla con cura, strato dopo strato,
stando attento che non si formassero pieghe antiestetiche.
Arrivato a quello che giudicavo circa la metà della benda, presi ad avvolgerla nell'altro senso:
volevo evitare che le mascelle di Mari fossero troppo sollecitate da una parte.
Agganciai il fermaglio di Velcro.
Finsi di sistemare le ultime piegoline, in modo da accarezzare ancora una volta le guance e la bocca bendate.
Sistemai qualche ciocca nera.

Preso il foulard glielo legai sopra, come prima, legandolo ben stretto dietro, in alto, a coprire la chioma nera, setosa, gran parte delle orecchie ed il nasino piccolo, camuso.

Corsi di sopra a prendere la Polaroid e le scattai un altra foto.

"Non ho trovato nessuno all'appuntamento. Probabilmente pensano che io sia un balordo qualsiasi, pronto a farsela addosso alla prima difficoltà. Vogliono fare i furbi. Dopo aver visto questa foto sono sicuro che pagheranno, e in fretta." questa mi era venuta spontanea.

Lei non rispose. Era troppo impegnata a misurare la sua nuova situazione.

Ecco fatto, mia cara, eccoti sistemata, e stavolta con molti meno patemi di animo da parte mia.

Stetti con lei tutto il pomeriggio, sapevo che non potevo perderla di vista.

Mi assentai, per poco, solo due volte.

La prima, dopo pochi minuti.

Suonò il telefono e salii a rispondere.
Era una conversazione assolutamente banale ma, non so perchè, mi faceva piacere sapere che Mari mi stesse ascoltando, sotto nella cantina in penombra, mentre parlavo cordialmente al telefono in una lingua per lei assolutamente incomprensibile e dolcissima.

Mi rendevo conto che avrei potuto avere la stessa conversazione lì, con una persona in carne ed ossa, senza che Mari avesse potuto in nessun modo rivelare la sua presenza, neanche volendo, completamente inaccessibile ad ogni possibile speranza di salvezza.

Dovevo pisciare anch'io. Feci per andare in bagno ma mi venne in mente un'idea.
Corsi fuori a cercare quel telo di plastico e tornai sotto da lei. Stesi il telo e ce la posai sopra, sempre inginocchiata. Guardandola in viso cominciai a pisciarle addosso, muta e umiliata.

Non avevamo mai fatto nè pensato niente del genere.

Finito mi scrollai ben bene.

"Era un amico. Mi chiedevi come avrei potuto lasciarti andare. Infatti non ho mai detto che ti avrei lasciata libera. Questo amico procura ragazze ad un bordello esclusivo di Bangkok, per clienti dai gusti molto particolari. Ti ho appena venduta, sulla parola.
I tuoi connazionali si comprano le più belle thailandesi. Sarai contenta di sapere come parecchi thailandesi siano ansiosi di mettere le mani su una bella giapponese come te.
Domani ti consegno a loro. Un container ti stà già aspettando al porto di XXXX."

Sicuramente come sceneggiatore di films di serie Z non sono secondo a nessuno.

In realtà passai la maggior parte del tempo a guardarla, magari facendo finta di trafficare nella cantina.
Talvolta la accarezzavo, compiangendo ipocritamente l'orribile sorte che l'aspettava domani.

Sentivo che non dovevo aggiungere nulla a quello che lei stava passando, sulle ginocchia ormai indolenzite in quella cantina buia.

Mentre i minuti passavano lenti, Mari era come un praticante di discipline orientali impegnato in una forma inusuale di controllo del respiro e della postura.

Controllavo spesso gli arti, che il sangue continuasse ad affluire all estremità.

Esagero, ma mi piace dire che Mari, dopo due ore, puzzava ormai come un cesso pubblico.

Salii di sopra per la seconda ed ultima volta a prendere il cavatappi e due bicchieri.
Non mi curai neanche di far finta di allontanarmi per un tempo imprecisato: Mari era immersa nel suo Nirvana.

Aperta una bottiglia di bianco, riempii i due bicchieri.
Bevvi il primo, seduto comodamente a guardarla.
Mari si era un pò rianimata e mi guardava: aveva sete, la gola secca, la bocca ormai completamente asciugata dal bavaglio.
Fece un rumore gracchiante, di gola.

"Hai sete ?".

Presi l'altro bicchiere e cominciai con un dito ad inumidirla dietro le orecchie,
come se le stessi mettendo un profumo. Le profumai anche la fichetta pelosa.
Le passai più volte il bicchiere sotto il naso, parlandole del vino delle nostre parti,
facendole vedere come si scuote il bicchiere per meglio assaporarne l'aroma.

Poi incominciai a versarglielo addosso, un pò qui un pò là, finchè il bicchiere non fu completamente vuoto.

Diamine, sono proprio un sadico.

La misi, sempre inginocchiata, faccia al muro.
Mari, in castigo, fissava ora solo la scabra superficie di cemento.
Poteva però appoggiare la fronte al muro per mitigare la sua posizione e cosi presto fece.

Man mano che le ore passavano, lei stava lì, il viso diviso in due dal bavaglio,
dolente e strizzata dalle corde, muta, impotente, bellissima, almeno per me invincibile.

Non scosse mai la testa nel segno di resa.

"Mari sono le 8".

Incominciai a scioglierla.
Solo dopo aver bevuto un pò d'acqua, la bocca completamente inaridita, Mari riuscì a pronunciare le prime parole.

A tarda sera, nel letto, mi chiese all'improvviso, la voce assonnata:

"Ma domani qualcuno mi salva, vero ?"

"Certo, Mari, certo: le nostre storie finiscono sempre bene".

                                                -------
                                                Giovedì
                                                -------

Oggi si sarebbe deciso il destino di Miwa.

Come, non mi era ancora del tutto chiaro.

In ogni caso l'azione, la vendita, avrebbe avuto luogo in esterni, in un posto che avevo già scelto e studiato per tale scopo.
Non molto lontano dalla mia città si stende una vasta area di montagne disordinate, non alte ma selvagge, intricate, coperte da fitti boschi.
Queste montagne, praticamente disabitate da decenni, attirano qualche escursionista solo nelle mezze stagioni, quando i sentieri più frequentati sono coperti dalla neve.
I cacciatori invece sono tanti, non in questo periodo dell'anno però (a parte qualche bracconiere).

Io amo molto queste montagne.

Il problema era trasferire lì Mari.
Certo, avrei potuto fare come la prima sera: lei chiusa nel baule della mia macchina, legata e imbavagliata, trasportata contro la sua volontà verso un destino ignoto.

Ma avrei dovuto viaggiare di giorno, per strade che certo non conoscevo bene come casa mia. Un controllo era sempre possibile ("Apra il baule, prego").
Era una possibilità remota ma dalle conseguenze molto sgradevoli:
un titolo sul giornale locale ("Il nostro concittadino XXXXX XXXXX organizza festini sadomaso nei boschi sopra XXXXX"), magari lei espulsa (era pur sempre una extracomunitaria), l'eco della notizia che sarebbe arrivato fino in Giappone(i giornalisti non sanno mai cosa scrivere), addirittura, se il maresciallo non era in giornata, una denuncia per procurato allarme o peggio.

Più importante ancora, il viaggio era lungo, durava normalmente due ore, con lei nel baule tre:
avrei dovuto fermarmi sovente a controllare che stesse bene. E, nell'ultima mezz'ora, la strada era stretta, tortuosa.

No, bisognava escogitare qualcos'altro, anche a costo di rinunciare a qualcosa.

Quel mattino, mentre ci stiravamo nel letto (la sveglia era appena suonata), ne parlai a Mari. Non stetti a spiegarle tutti i dettagli, nei limiti del possibile volevo che per lei ci fosse una sorpresa.

Avremmo fatto cosi, le proposi.

Ad un certo punto, prima della partenza, le avrei premuto una pezzuola sul viso, dicendo "Cloroformio". Lei si sarebbe virtualmente addormentata ed avrebbe viaggiato comodamente sdraiata sul sedile posteriore, con gli occhi chiusi e il fazzoletto sugli occhi, apparentemente a schermare il sole ma in realtà ad impedire sguardi involontari. Insistetti molto sul fatto che non aprisse mai gli occhi. Lei fu pienamente d'accordo.

Ci alzammo.
Dopo esserci lavati (anche questa volta insistette per farlo da sola, non c'era verso) scendemmo in cantina, lei nuda, come ieri. La giornata precedente era stata molto intensa e i suoi polsi erano ancora segnati: lo sarebbero stati per alcuni giorni a venire.
Iniziai perciò con buoni propositi: avevo alcune striscie di spugna, ricavate da un vecchio accappatoio. La feci coricare sul letto, prona, e con questi le legai le mani dietro la schiena e le caviglie. Le misi il collare per incatenarla al letto. Anche i piedi legati vennero fissati al montante della brandina con una catenella.

Le spiegai che la sera prima l'avevo lasciata legata così per non rovinarle troppo la pelle.
Come sapeva oggi l'avrei venduta ai trafficanti di bianche (anzi, di gialle, precisai).

"Hai qualche desiderio prima di essere imbavagliata, mia cara ?"

"Si, devo fare la pipì" civettava.

"Beh, hai già imparato com'è la situazione".

La imbavagliai con la pallina, coprendo il tutto con un foulard.
Non avevo ancora finito che mi accorsi che Mari stava già svuotando la vescica, prona sul letto, il bacino appena sollevato.

O le scappava proprio o voleva essere punita.
Ma non era questo il programma.
Scostai un lembo del lenzuolo e le feci notare la tela cerata, sotto, a riparare il materasso.

"Sapendo che razza di maiale sei, ho preso le mie precauzioni".

Le raccontai la barzelletta del sadico che incontra il masochista ("Fammi male !""No!")

Ridemmo, lei batteva la testa sul materasso, come Vilcoyote dopo l'ennesima sconfitta.

La coprii con un plaid, il rapitore l'aveva lasciata così la sera prima per non prendere freddo e la lasciai a cuocere a bagnomaria nel suo brodo.

Non per molto, solo una mezz'oretta, tanto per cominciare a farle pizzicare la pelle.

"Vedo che stamane hai già fatto da sola, non hai bisogno del vaso, brava, brava" mi congratulavo, dandole una pacca sul sederino.

Mari mi fece capire, mugolando pietosamente ed accennando al vaso, che sì, ne aveva ancora bisogno.

"Ah, devi fare qualcos'altro ?"

Si, doveva fare qualcos'altro. Scossi la testa simulando una pazienza quasi infinita ma messa a dura prova da lei, ingrata.

"Mari, Mari, meriteresti che ti cacciassi il musetto nello schifo che hai fatto, come si fa con i cuccioli. Vabeh, tanto ti dovevo fare la doccia comunque".

Le bendai gli occhi e la portai di sopra, dopo averla sommariamente asciugata con le salviette, tenendola ostentatamente ben lontana dal corpo per evitare di sporcarmi.

In bagno la sbendai di nuovo, ma non tolsi il bavaglio.

"Sbrigati"

Seduta sul water, fece i suoi bisogni. Io seduto sui bordi della vasca aspettavo, una sigaretta accesa (sapevo che le dava fastidio), commentando quali parti del suo corpo sarebbero state maggiormente apprezzate dai committenti thailandesi e soprattutto illustrandole come avrebbero dimostrato il loro apprezzamento.
Mari non rideva, totalmente presa dal personaggio.
Non so se, fino a pochi mesi fa, avesse mai pensato che un giorno potesse non dico desiderare (lo faceva per me, credo) ma anche solo sopportare una simile situazione.

"Che puzza! Allora hai finito?"

La pulii con la carta igienica.

"Ti lascio sola per 5 minuti. Guai a te se ti muovi"

Memore di quello che era successo ieri, la feci sedere nuda sulle piastrelle fresche, la schiena appoggiata contro il termosifone. Presa la prima salvietta a portata di mano, le legai il collo al termosifone.

Per il breve tempo che dovevo stare via lo avrebbe sopportato.

Andai a frugare nei suoi cassetti. Tornai con un paio di calzoncini, gli slip, una maglietta a mezze maniche, gli scarponcini alti, un paio di calze di spugna. Del reggiseno non c'era bisogno: ci avrebbero pensato i legacci. Posai i vestiti sulla lavatrice.

"Oggi si fa una gita in montagna" dissi in risposta ad una sua muta domanda.

"Ma prima facciamo una bella doccia". Annuì riconoscente, chissa cosa aveva temuto. Mi spogliai.

"Ci sono due possibilità:

1) ti levo il bavaglio, vieni con me dentro la doccia, da brava, ti lasci lavare, non gridi, non chiami aiuto, non parli, non critichi, non commenti, ti asciugo, ti rivesto, ti faccio fare una bella colazione e poi andiamo.

2) non fai la brava e allora ti tappo di nuovo la bocca. Nel caso tu fossi già pulita ci penso io a risporcarti. Ti carico in macchina che puzzi come una capra, a stomaco vuoto. Dove andiamo fa caldo e ci sono molti insetti. Pungono. Puoi immaginarti in che stato saresti fra qualche ora."

Non l'avrei fatto. Avrei dovuto inventare qualcos'altro. Però la minaccia fu sufficiente. Mari annuì in fretta.

Sciolsi l'asciugamano, le caviglie e la rimisi in piedi.

Tolsi il foulard. La pallina la lasciai a ciondolare sul collo.

Entrammo.

Accidenti, avevo dimenticato che le mani erano legate con la fettuccia di spugna. Avrei dovuto tagliarla, dopo.

Mi lavai per primo. Mari mi osservava divertita. Anzi, se fossi onesto, direi con occhio critico.
Non si dimenticò, però, che ero sempre il suo rapitore, adesso. Non fece commenti.

Poi fu il suo turno: se fu soddisfatta del trattamento non me lo disse, le era stato vietato di parlare. So solo che a me piacque molto lavarle i capelli, massaggiandole delicatamente la testa, a lungo. A un certo punto, Mari, appoggiandomi la fronte sul petto prese a baciarmi ed a succhiarmi i capezzoli, vinta. Le sollevai il viso e le restituii il bacio, abbracciandola stretta.

Ci asciugammo.

Presi il rasoio e le sciolsi i polsi dalla fettuccia inzuppata d'acqua
("Cosa vuoi fare con quell'affare ?" "Non certo farti a fettine anche se mi piacerebbe .... girati, scemetta"). Le feci indossare la t-shirt. Poi le legai di nuovo le mani dietro la schiena con la fettuccia avanzata dalle caviglie. Non avendo altro a disposizione, le caviglie furono invece sommariamente legate dall'asciugamano. Posatala seduta sulla lavatrice le asciugai i capelli col phon, con risultati non eccessivamente soddisfacenti.
Ma, anche stavolta, Mari non protestò. Sciolte le caviglie, la rivestii completamente.
Le bendai di nuovo gli occhi e la guidai nel tinello. Con l'aciugamano passato sopra i seni, le assicurai il busto alla sedia.

Preaparai una bella colazione, come avevo promesso: succo d'arancia, toasts, burro e miele, caffè e, per lei, the.

Ovviamente dovevo imboccarla. Fui gentile, non volevo sporcarla.
"Ancora un pò di the?"

Finito, le pulii le labbra con il tovagliolo.

Mari era distratta, ancora presa dalla colazione.
Non faceva caso me, ai rumori, probabilmente pensava alla partenza ormai vicina.

Appallottolai il tovagliolo e glielo cacciai, in bocca, sorpresa: non se lo aspettava.

Tendendole la bocca chiusa dalla mano premuta, presi due strofinacci da cucina che avevo a portata di mano. Il primo glielo legai sulla bocca aperta, a tenere ben fermo il tovagliolo.
Il secondo, largo, le copriva tutta la parte inferiore del viso.
Gli strofinacci erano ruvidi, fecì un pò di fatica a a fare i nodi. Dovetti stringere un pò.

Scusa Mari, pensai divertito, ma ho bisogno di metterti da parte per qualche tempo.

Avevo qualcosa da fare prima della partenza.

La riportai di peso in cantina e la lasciai li, a pancia in giù sul pavimento, le mani legate dietro la schiena,
le caviglie piegate all'insu e in avanti, incaprettata.

Le tolsi la benda ma, ovviamente, ormai mi conoscete, le lasciai il bavaglio. L'espressione di Mari era ancora sorpresa.
Stavo già per tornare di sopra quando incrociai ancora una volta i suoi occhi.

Mari, tu sei pericolosa. Ancora pochi giorni e ti lasceresti fare tutto, tutto. Dio non voglia, mai.

Tolti il lenzuolo fradicio e la tela cerata, la posai con garbo sul materasso, dove sarebbe stata più comoda e calda.

"Ho una cosa da fare, torno presto" dissi baciandola sulla fronte.

Mi era infatti venuta in mente un idea.
Avrei preparato qualcosa che le avrebbe suggerito la presenza di altre persone, i misteriosi trafficanti, appunto.

Non mi aspettavo certo che ci credesse, certamente non dopo ieri, ne, naturalmente lo volevo. Però la cosa l'avrebbe intrigata, ne ero sicuro. Magari avrebbe pensato che avessi organizzato tutto con degli amici di qualche gruppo BDSM.
Chissà se l'idea che io la potessi dividere con altri le piaceva. Non ne avevano mai parlato.

Beh, cara Mari, scordatelo.

Con il PC preparai due colonne sonore: nell'una misi la mia voce e quella di un'altro uomo, tratta da un videogioco.
Le due voci discutevano brevemente.
Ovviamente io ed il doppiatore ignoto parlavamo di cose completamente diverse ma lei non avrebbe potuto saperlo, visto che parlavamo in italiano.
Poi registrai alcuni brevi comandi ed imprecazioni in un inglese da angiporto
("Stai zitta .... apri le gambe, puttana ....avanti" e via discorrendo).
Cambiati alcuni toni, esaltate certe frequenze la mia voce era irriconoscibile, aspra, spaventosa, un altra. Riversai il tutto su due CD e presi le due radio portatili con il lettore di CD. Avevo bisogno di casse acustiche decenti.

Ci misi un ora, erano già le 10, mentre Mari, relegata nella finestrella della Quickcam, aspettava in cantina, forse chiedendosi perchè ancora non arrivavo.
Si era girata diverse volte su entrambi i fianchi, cercando di alleviare la tensione alle caviglie e ai polsi.
Ora si rimetteva sulla pancia, per lo sforzo emise un mugolio soffocato, probabilmente involontario.

Beh, avrei potuto tenerla così ancora un bel pò.
La vendita avrebbe potuto essere rimandata a domani per un qualsiasi motivo.
Avrei passato la giornata a dirozzarla, a prepararla per i committenti.

Doveva diventare una schiava.

Avrei ricominciato con le mollette, questa volta non limitandomi ai seni. Magari una candela accesa ...no, meglio di no.
Comunque doveva essere ancora punita per aver bagnato il lenzuolo.
Poi le avrei rasato la fichetta pelosa. Dietro, lo sapevo, era vergine.
Molte altre cose non avevamo esplorato: i ganci sul soffitto, il cavalletto, la maschera di pelle, con la chiusura lampo e le borchie, addirittura un manuale illustrato sul bondage giapponese che avevo scaricato da Internet la scorsa settimana.

OK, vedremo un altra volta.

Misi il tutto nello zaino. Aggiunsi una giacca di tela leggera, una bottiglia di profumo che mi avevano regalato, mai usata, due toscani avvolti nella carta stagnola, un kway e un maglioncino per lei (in montagna non si sa mai).

Poi gli attrezzi da lavoro a cui aggiunsi, perchè no, la maschera di pelle.

Era tempo di andare.

Scesi da lei con la pezzuola ed una bottiglietta di vetro.

Ancora prima di pronunciare "Cloroformio" lei aveva già capito cosa stava per succedere.
Finsi di impregnare il fazzoletto con il liquido contenuto nella bottiglia mentre lei cominciava ad agitarsi nella più splendida simulazione della disperazione che avesse mai fatto. Si divincolava, cadde quasi giù da letto.
La tenni ferma sedendomi a cavalcioni su di lei.

"E ora a nanna che facciamo un bel viaggetto" le dissi premendole lo straccio sul viso.
Dopo qualche convulsione (non pensavo che il cloroformio producesse simili effetti) si addormentò sorridendo. La slegai in fretta:

"Come va ?"
"Benissimo, dove si va ?" mentre la tenevo in braccio, gli occhi chiusi
"E' una sorpresa"

"Hai sete, ti serve qualcosa prima di partire ? è meglio se vai in bagno prima" eravamo più o meno in una zona franca del gioco.
"No, ho solo sete" non importava se apriva gli occhi in cucina.

La misi in macchina e le diedi il fazzoletto da tenere sugli occhi.

Partimmo.

Chiaccherammo ancora un pò, non importava adesso. Dopo una mezz'ora, ad una sua ennesima provocazione (le piaceva prendermi in giro, qualcuno direbbe che era veramente strana sia come masochista che come giapponese), la informai che era ancora profondamente addormentata, quindi che se ne stesse lì buona buona.

Proseguimmo in silenzio per la campagna assolata. Dopo il temporale di ieri sera l'aria era comunque abbastanza fresca, meno male.
Lasciavamo la pianura ed entravamo nella valle di XXXXX.
Mi ripromisi di riportarla lì tra qualche giorno, questa volta seduta al mio fianco, per farle vedere la nostra terra.

Avete presente i bambini ? Con una scatola di cartone si inventano un astronave, una casa.

Passano ore così.

O meglio lo facevamo noi, la fantasia dei bambini di oggi viene presto assassinata dalla televisione, dagli orribili giocattoli made in Taiwan. Certe volte penso che sia un complotto a scala mondiale.
Mari, nonostante i suoi 24 anni, era ancora vecchio stile.
La vedevo nello specchietto retrovisore: si era messa le mani dietro la schiena, fingendo di essere legata, portata chissa dove.

Non potei resistere: "Sei per caso anche imbavagliata ?" "mmmmm mmmmmm mmmmmm" mi rispose, la bocca serrata, serissima.

Cominciavamo a salire, apparvero i primi boschi,
ombra e luce si alternavano sul volto di Mari, mentre passavamo sotto gli alberi, l'aria rinfrescava.

Oh, no, le scappava di nuovo.

In questo era sicuramente normale: non ho mai conosciuto una donna che non volesse fermarsi almeno due volte, prima di raggiungere la base di partenza di una gita in montagna.

Accostai, dove la strada, facendo una curva, scavalcava un ruscello. C'era una parvenza di piazzola sotto gli alberi, l pendio saliva subito ripido, boscoso.
"Mari, non aprire gli occhi".

La raggiunsi e la bendai. La presi per mano e la feci uscire, accompagnandola lungo il percorso.
Per la strada non avevamo incrociato nessuno nell'ultimo quarto d'ora.
La portai in un posto più riparato ai piedi di un albero, senza erbacce.

"Ecco Mari, puoi farla qua" feci lasciandole la mano.

Mari si accovacciò, la riaccompagnai alla macchina e ripartimmo. Dopo mezz'ora svoltai in un accenno di viottolo sulla sinistra, presso una sella. Il viottolo finiva dopo pochi metri, la macchina già ben riparata dalla strada da un bosco di faggi.

Eravamo arrivati. Spensi il motore.

"Mari, non muoverti ancora, per favore".

Scesi dalla macchina, feci una rapida ispezione: sembrava tutto a posto, nessuno era passato di qua stamattina.
Pisciai contro un albero e ritornai da Mari. Presi lo zaino e lo aprii.

"Siamo arrivati?"
"Si, stai ferma che ti bendo gli occhi"

La feci uscire dalla macchina.

"Girati e metti le mani dietro la schiena"

Incomiciai a legarla, con attenzione.

Non l'avrei più slegata per molte ore.

I polsi dietro la schiena. Il busto e le braccia, due giri di corda sopra i seni, due giri sotto, facendoli incrociare, due altri giri alla vita, per tenere le mani contro la schiena.

Non c'era bisogno di altro, non potevo certo legarle le caviglie e trasportarla di peso.

In ogni caso Mari era bendata in un terreno ignoto, disagevole: non avrebbe certo tentato niente.

Mari era nervosa ed eccitata, come me del resto.
Il luogo, l'aria fine e profumata, tutto contribuiva ad esaltare le nostre sensazioni. Mi sono sempre piaciuti i boschi.

Il bavaglio.

Avevo portato la spugna che avevo usato la prima sera, più piccola di quella "punitiva". Gliela infilai in bocca senza difficoltà.
Le applicai diversi strati di nastro adesivo Saratoga, quello grigio, telato.
Molto robusto ed efficace.
Finii con un grosso fazzoletto bianco, piegato a triangolo, per nascondere il nastro.

Un aggiunta inutile ma decorativa. Mari era pronta.

Nel mentre la legavo e la imbavagliavo non io avevo più detto parola, ero già troppo in là, non volevo rassicurarla.
Mari era una oggetto che veniva portato al mercato.

La feci girare diverse volte su se stessa, lentamente, per ammirarla.
Era perfetta nella sua tenuta da escursionista, gli shorts fuchsia, le gambe bianche,
i calzettoni ripiegati che spuntavano dagli scarponcini.

Devo cercare di procurarmi un uniforme da boyscout, pensai.

Le presi una foto, a sua insaputa (un mese dopo l'avrebbe ricevuta con la posta elettronica: "souvenir d'Italie"!).

"Andiamo" la presi per un braccio.

Il viottolo continuava con un sentiero largo, battuto.
Dopo poche decine di metro il sentiero arrivava a un poggio e li moriva.
Esattamente sul poggio stava un capanno di caccia, una piccola piattaforma di legno, chiaramente usata e ben tenuta, probabilmente utilizzata durante il passo: dalla piattaforma si riusciva a vedere oltre gli alberi.

Spinsi Mari rannicchiata dentro un cespuglio.

"Stai lì e non muoverti!" dissi seccamente.

Salii sulla piattaforma e mi guardai in giro, soprattutto a destra, verso la zona che avremmo percorso.
Tutto a posto (giocavo: che avrei potuto vedere, il bosco copriva tutto).

Recuperai Mari e ci avviammo nel fitto del bosco.

Il percorso non era troppo disagevole però: il terreno era piano, nella faggeta il sottobosco era molto ridotto.
Perlopiù procedevamo su un vero e proprio mare di foglie marcite,
io stando attento a qualche sasso che emergeva qua e la, traditore.
Talvolta, nell'attraversare qualche zona più intricata, le spingevo giù la testa per evitare che sbattesse in un ramo.
Però non potevo sempre evitare i cespugli: aveva già qualche graffio sulle gambe.

Mi gustai tutto il percorso, metro per metro: per altre due volte la nascosi, una volta in un cespuglio e l'altra tra le radici di un faggio imponente, mentre io "perlustravo" il terreno.
Ogni volta che la rialzavo in piedi la ripulivo per bene dandole pacche e schiaffetti in tutto il corpo, sottolineate dai suoi mugolii.

Dopo una mezz'ora arrivammo al luogo dell'appuntamento, contrassegnato da un vecchio forno dei carbonai.

La feci sedere spalle a un albero e ve la legai per bene, come una squaw rapita dai banditi.

Ve la tenni lì per altri 10 minuti mentre io mi forzavo quasi a mangiare un panino,
l'eccitazione non mi aveva abbandonato un momento, lei che si raffreddava il culetto sulla terra umida, le braccia solleticate dalla corteccia ruvida.

Era quasi l'una.

Le tolsi il bavaglio: "Hai sete ?" Le diedi da bere e le feci mangiare mezzo panino.

"Mangia adesso che puoi. Chissa come ti tratteranno quegli altri" decisamente avevo bisogno di qualcuno che mi scrivesse i dialoghi.

Appena finito di mangiare le rimisi immediatamente il bavaglio.
Questa volta sostituii il fazzoletto con un foulard, più grande e piegato a lungo rettangolo.
Lo legai in modo da coprire il naso e la bocca.
Aspettando i trafficanti, che evidentemente avevano deciso di prendersela comoda, ingannavo il tempo.

Qualche mosca si posava sulle cosce aperte di Mari, lei le scacciava con uno scatto convulso della gamba (pungono ?).

Vidi una grossa formica che andava per la sua strada. La presi e la posai sui peli del pube di Mari, scostandole gli slip ed i calzoncini. Staccai un ramo, di pochi centimetri di diametro.
Pulii ben bene un estremità con il temperino, togliendo la corteccia,lasciando solo la polpa umida, ben arrotondata sulla punta.
Cominciai a stuzzicare Mari con il bastone, con attenzione, con una mano le tenevo le coscie aperte. Era in deliquio. A me invece i testicoli mi facevano quasi male.
Mi sedetti con le sue cosce che poggiavano sulle mie e la presi, la prima volta quella giornata.

Poi cominciai a prepararla, dopo averla fatta bere ancora una volta.
La legai in piedi, le mani in alto attaccate a un ramo, abbastanza tese.
La imbavagliai di nuovo con il cerotto e la spugna, ma non le rimisi il foulard.
Avevo tirato giu i calzoncini e gli slip, fino alle caviglie, ad intralciarla, impastoiarla.

"Vado a riceverli. Non preoccuparti Mari, saremo qui presto. Tutti. Addio, Mari, è stato un piacere conoscerti".
Le parlavo standole di fronte, le mie mani intorno alla sua vita. Le pizzicai un capezzolo, con affetto, strappandole un gemito.

Risalii un lieve pendio per un centinaio di metri, verso un tratto dove le foglie cadute si diradavano (così che non potesse più sentirmi).

Mi sedetti per fumare una sigaretta.

Lei era perfettamente visibile in lontananza, una figurina immersa nella penombra dorata, arcana, del bosco.
La vidi girarsi di scatto, nervosa, verso uno dei tanti rumori del bosco: uno scoiattolo era saltato a terra per cambiare albero,
forse cercava un posto migliore per godersi il prossimo spettacolo. In pochi minuti preparai le mie cose.

Incominciai a scendere verso di lei, stavolta non curandomi del rumore. Mari mi aveva già sentito ed era rivolta verso di me.
Accesi il lettore di CD che portavo a mano. Il rumore di altri passi si aggiunse al mio.
Passi pesanti, sicuri, arroganti, che non si curavano affatto del rumore.

L'effetto non era sicuramente degno non dico di Spielberg, ma neanche del dottor Quatermass.

Mari però non era seduta al cinema, in mezzo alla folla, con un sacchetto di popcorn in mano.
Era legata ad un albero, imbavagliata, bendata, seminuda, vulnerabile. Come in una favola.

Non poteva essere completamente sicura che fossi io. Magari in questo momento ero ancora lontano, a fumarmi una delle mie puzzolenti sigarette, ignaro, mentre lì stava per accadere l'imprevisto.
Magari mi era successo qualcosa.

Sembrò quindi quasi rassicurata quando sentì la mia voce venire a pochi metri da lei, sulla destra, presto intercalata ad un altra voce.

Che trucco da poco, sembrava che pensasse. Se non fosse stata imbavagliata l'avrei sicuramente vista sorridere, indulgente.

Poi senti i passi proseguire verso di lei, sempre più vicini, pesanti, mentre le due voci,
che continuavano amabilmente a conversare in italiano, rimanevano ferme nello stesso punto. L'aria venne improvvisamente invasa da una colonia volgare, penetrante, dolce.
Mi accesi il toscano, spandendo anche l'odore forte, aspro del tabacco.

Un odore assolutamente inconsueto per lei, che la frastornava.

A questo punto accesi il secondo registratore.

La situazione richiedeva forse che le dicessi "Stai ferma mentre ti controllo", o qualcosa del genere.
Non ero stato così previdente ed il secondo CD disse "Stai zitta, troia!", anche se lei non aveva ancora emesso suono
Credo comunque che bastasse. Mari, presa di sorpresa, aveva la pelle d'oca.
Una mano inguantata cominciò a brancicarla, rozza, brutale. Mi tolsi il guanto di pelle. Scoperto il guanto di lattice sotto, presi ad esplorarla, come un ginecologo pazzo, costretto da un aborto sbagliato a vendersi alla mala.
Non me n'ero accorto: Mari già tremava.
Quando quasi la sollevai da terra con il palmo appoggiato all'osso pubico, due dita infilate dentro la vagina,
Mari lanciò un urlo, a malapena strozzato dal bavaglio.

Intanto le altre due voci avevano finito la loro incomprensibile conversazione ed erano svanite nel nulla, senza neanche il rumore di passi che si allontanavano..

Io non lo sapevo, ma non importava più. Mari non era in condizioni di accorgersene, era regredita di almeno 15 anni in 10 secondi.

Le strappai un altro urlo.

Mari era pronta a ricevere la sua maschera di pelle: un animale da laboratorio che non deve disturbare il veterinario.
Gliela calai in maniera brutale ma impersonale, proprio come avrebbe fatto il ginecologo folle.

Mari si irrigidi all'istante, come una cavia paralizzata alla vista del serpente.

Non aveva probabilmente mai visto un arnese del genere se non in qualche fotografia nè sapeva che io ne possedessi uno: era una sorpresa.

Era assolutamente impreparata, ormai completamente frastornata dagli ultimi avvenimenti, dai suoni, dagli odori.

Dietro di lei cominciai a stringere, una per una, le fibbie, sparse dietro la nuca e sul collo: erano numerose, in modo da calzare perfettamente la maschera, forse anche per prolungare il piacere.
Man mano che passavano i secondi Mari sprofondava in un mondo di soffocante silenzio, immerso nel buio più assoluto.
Dopo forse un minuto allacciavo l'ultima fibbia, le dita tremanti dall'eccitazione, ancora ignaro.
Tenendole la mano sotto il mento le piegai leggermente il capo all'indietro, verso di me.
Chiusi la cerniera lampo sulla sua bocca già imbavagliata.

Avevo finito.

Ora Mari aveva 5 anni: l'uomo nero era venuto a prenderla.

Mi allontanai da lei per ammirare il mio lavoro, a prendere lo slancio per il prossimo attacco.
I miei sensi offuscati ricominciavano a funzionare, potevo vederla e sentirla di nuovo, almeno per il momento.
Mari, scossa da capo a piedi da un tremito convulso, aveva il petto squassato da contrazioni di piccola ampiezza ma rapidissime.
Con la stessa frequenza,  emetteva un singhiozzo sibilante, penoso.Solo le mani legate in alto la sostenevano: le gambe avevano ceduto, le ginocchia quasi sfioravano la terra. I piedi, con le piante inutilmente piegate all'insù, erano immersi in una piccola pozzanghera. Anche le mie gambe erano tutte bagnate e schizzate.

Finalmente realizzai, di colpo, quello che stava succedendo. Mari era aldilà del pensiero logico, dei segni.
La afferrai in vita per sostenerla. Mari, al solo contatto delle mie mani, scattò come colpita da una scossa elettrica, divincolandosi. cadde ancora una volta, puntava i piedi per terra, freneticamente, cercava di allontanarsi, guaiva.
La bloccai di nuovo stringendomela forte al petto.

"Mari, Mari, sono io, sono io".

Le tolsi la maschera, il più velocemente possibile. Le strappai la benda dagli occhi.
I suoi occhi erano sbarrati. Quando mi vide la sua prima reazione fu ancora di scappare.
Solo quando riuscii a rimuovere il bavaglio cominciò a calmarsi visibilmente.

Finii di slegarla e presi a cullarla tra le braccia.

Dopo pochi minuti, abbracciata stretta a me, si era quasi ripresa.
Mari aveva ancora il respiro affannoso, ma cominciava ad abbozzare un sorriso incerto.

Si scusava.

"Scusa, scusa, come mi vergogno. Non so cosa mi è preso" mi ripeteva.
Mentre la coprivo di carezze, Mari non era ancora tornata alla pienezza dei suoi 24 anni:
ora era una piccola e brava giapponesina che si scusava, si scusava sempre, anche quando il torto era stato fatto a lei.

Fu in quei minuti che capii, per la prima volta, quanto ero profondamente innamorato di lei.

Poco dopo Mari scoppiò finalmente in un pianto liberatorio.

P.S.

Come avevo incautamente promesso a Mari, le nostre storie finiscono sempre bene. Io e Mari ci sposammo l'anno successivo.
Lei venne a vivere con me in Italia (in fondo il master sono io, le dissi per convincerla definitivamente, lei come al solito rideva). Riuscimmo più o meno a tirare avanti, fintantochè lei, imparato l'italiano, trovò un lavoro.
Naturalmente continuavamo i nostri giochi, ce ne capitarono ancora di tutti i generi, nei posti più impensabili, anche se non emotivamente devastanti come questa.

Pero' non riuscii mai più a farle portare la maschera, dovetti buttarla via.
 

Copyright @ 1999 - Bedap
 Se notate, il nome dell'autore e' linkato con il suo indirizzo di posta elettronica, perche' me lo ha espressamente richiesto, pero' non l'ho piu' risentito da quando mi ha inviato la sua storia.
Bedap, se ci sei, batti un colpo..

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