NOTA DELL'AUTORE
Quando scrivo la continuazione di una storia precedente,
lo faccio perchè quei personaggi che creo non mi abbandonano più. Mi ritrovo a pensare a loro
come a persone reali, e la voglia di andare a vedere che cosa combinano dopo averli
messi al mondo, mi spinge a continuare a scrivere di loro.
Avevo lasciato la bella Laura legata su un letto.
Dovevo sapere cosa sarebbe successo, anche se non avevo pensato ad una
continuazione della storia. Ecco il perchè di questa seconda parte. 
UNA LEZIONE PER LAURA
(seconda parte)
di
N. A. Eymerich 
 

Vi ricorderete certamente di Laura, la ragazzina viziata (e anche un po’ vacca) che mi stava dietro e alla quale, al limite dell'esasperazione, volli dare una sonora lezione. 
Ricorderete che dopo averla legata strettamente avevo fatto di lei e del suo corpo tutto quello che volevo.
Pensavo (e solo oggi mi rendo conto di quanto folle io sia stato) che tutto ciò sarebbe servito a farle capire che non gradivo il suo maldestro ed impacciato corteggiamento,  che i suoi goffi ed ingenui tentativi di seduzione non mi toccavano.

Perché avessi scelto proprio il sesso per trasmettere questo messagio probabilmente dipendeva solo dal fatto che lei si era sempre dimostrata una vera troietta con la puzza sotto il naso, pronta a tirare in ballo del tutto fuori luogo l'argomento del sesso, e poi fare la schifata quando la conversazione si scaldava ed io ed i miei amici inziavamo a parlare di sesso come si deve.

Ricorderete infine che dopo la lezione che avevo tentato di impartirle, ero uscito di casa, lasciando lei legata ed imbavagliata in camera mia, dicendole di slegarsi al più presto e dileguarsi. Stupido da parte mia, vero? Se volevo che se ne andasse, perché l'avevo lasciata legata?
Quella storia ha un seguito, quindi, ed ora ve lo racconterò.

* * *

Date le premesse non è difficile capire che non fui affatto sorpreso, al mio ritorno di ritrovarla ancora in camera mia. Era, in effetti, riuscita a disfare i nodi che la imprigionavano, e aveva preso l'inziativa di usare la mia doccia ed i miei asciugamani (cosa che in genere non tollero, ma stranamente non ne fui molto irritato, in quell'occasione).

Quando entrai in camera, naturalmente senza bussare, lei aveva un asgiugamano attorno al corpo che le copriva i seni ed il pube.
Aveva i capelli bagnati e nonostante tutta l'antipatia che ho espresso nei suoi confronti nel racconto precedente, la trovai decisamente sexi. E lo era. Le goccioline che le imperlavano il petto attiravano la mia attenzione in modo quasi magnetico. Avevo una voglia sfrenata di leccargliele via, quelle goccioline sul petto, una ad una e molto lentamente. Il ricordo delle ore passate poco prima a scoparmela in tutti i modi mentre lei era legata mi stava tormentando.

- Mi sembrava di averti detto di andartene. - dissi. Cercai di soffondere di convinzione queste mie parole, ma mi resi conto che erano del tutto prive di tono. Temetti che lei lo capisse e si limitasse a sorridere come a dire "va là che ti ho capito, maiale. Pagheresti per scoparmi di nuovo".
Se lo avesse fatto sarebbe stata la fine e non ci sarebbe stato questo seguito. Avrebbe significato che lei aveva preso in mano le redini, e che sarebbe passata molto presto al controllo della situazione. Non sarebbe più stata, lei, schiava di me. Nel peggiore dei casi sarei stato io a diventare il suo. Schiavo di Laura… ah, il solo pensiero mi faceva ridere.

Invece lei rispose:- Mi dispiace, veramente - aveva un tono di supplica che se era simulato avrebbe meritato un applauso. Non mi guardava negli occhi - Io… ti prego, non cacciarmi via così. Avevo bisogno di rivederti dopo… bè… dopo quello che c'è stato. Ti prego, lasciami stare ancora un po’ qui, poi me ne vado, te lo giuro.
Io sbuffai e mi sedetti al mio solito posto, vicino al computer.

Mi accesi una sigaretta e mi accorsi che la mia mano tremava. Avevo paura. Paura, sì. Avevo creato un mostro, ora ne avevo la certezza. Non avrei mai dovuto scoparla. Ora eravamo legati l'uno all'altra in modo indissolubile, altro che bondage! Come potevo pretendere di fare del sesso con una ragazza che mi stava dietro e che lei prendesse tutto questo solo come un gioco? Dal suo punto di vista non aveva ricevuto lezione alcuna. Lei mi voleva? Ed io me l'ero fatta! E se me l'ero fatta era perché la volevo anche io. Questo era il suo punto di vista, semplice e pulito.

Ero fottuto, non me ne sarei liberato più. Merda.

Ma allora perché mi stavo eccitando di nuovo, mentre lei si asciugava i capelli? Che diamine, non ero più un ragazzino! Dunque la desideravo? Ma desideravo lei, o la promessa di sottomissione che lei mi aveva tacitamente fatto lasciandosi legare, lasciandosi chiavare, restando lì quando avrebbe dovuto andarsene?

- Posso mettere un'altra delle tue camicie? - mi chiese. Quella che aveva indossato prima era in uno stato pietoso, spiegazzata e macchiata di sudore. Sulle pieghe delle maniche erano ancora visibili le tracce delle corde. Il solo pensiero mi diede il capogiro.

Stavo per rispondere negativamente, ma prima che lo potessi fare lei riaprì il mio armadio, estraendone una camicia bianca fresca di bucato. Se la infilò abbottonandosela fino al seno. Aveva indossato di nuovo le mutandine di prima, poiché non ne aveva altre, ma non aveva il regiseno.
Mi si sedette accanto.

- Mi piace indossare le tue camicie. Mi sembra che tu mi tenga fra le braccia. Hanno il tuo odore - così dicendo prese il colletto e se lo passò sulla faccia, inspirando voluttuosamente. Io deglutì a vuoto. Quella stronza… mi stava incastrando di nuovo.

Seguirono alcuni istanti di silenzio.

- Mi è piaciuto, quello che mi hai fatto. - disse.
- Mmm, - feci io. - Si era capito. Sei una vacca, Laura. Senza offesa.
- A te? E' piaciuto?
- Uff…- intanto guardavo altrove. Perchè non riuscivo a guardarla in faccia?
- Rispondimi, ti prego. - ancora quell'espressione di supplica. Lo voleva sapere. Perché?
- Seee. Mi è piaciuto okay? Questo per te fa qualche differenza? Io non ti voglio, Laura. Sono un bastardo, sapevo che si saresti stata e ti ho scopata. Punto. Questo è il discorso, mettitelo in testa.
- Se sapevi che ci sarei stata, perché mi hai legata?

Bel colpo, ragazzina, pensai.

- Perché sono un perverito, non l'avevi capito? - dissi io fingendo di stiracchairmi le braccia.
- L'avevo capito, - disse lei. - Ti piace legarmi? Ti piace fare l'amore con una donna legata?
- Non esageriamo. Mi piace, di tanto in tanto legare la mia compagna. Lo trovo erotico. Ad esempio, perché dovrebbe esserci qualcosa di erotico nel fatto che tu indossi un indumento mio, come la mia camicia? Eppure entrambi concordiamo che è un gesto indubbiamente erot… - merda. Mi ero dato la zappa sui piedi. Ma che mi stava succedendo?
- Si lo trovo erotico. - disse lei. - E se vuoi saperlo trovo erotico anche che tu mi abbia legata. Mi è piaciuto.
- Uh? - questo era un fatto nuovo. Poteva esserle piaciuta la situazione, ma stava forse dicendomi che l'aveva eccitata essere stata "rapita" da me, legata, imbavagliata e scopata? Cioè, le era piaciuto l'atto in sè? Questo avrebbe significato molto, perchè non avevo mai incontrato in carne ed ossa una ragazza alla quale piacesse. Dovevo capirci di più.

- Spiegati meglio, Laura. Insomma, io ti ho… hem, legata stretta. Non poetevi scappare, non potevi gridare. Ed io ti stavo usando. Potrebbe essere uno stupro.
- Non era uno stupro. Perché a me è piaciuto, ero eccitata, perché eri tu a farmelo. Ed io mi fido di te. Mi piaci.
Aveva colto nel segno, la piccola Laura. La fiducia. Era tutto lì, in fondo, il segreto del bondage fatto bene. La fiducia ed il buon senso. Corde, manette, persino qualche frustata, qualche sberla, purchè piaccia ad entrambi.
- Io volevo solo darti una lezione.
- Volevi punirmi? - mi guardò negli occhi. Non sorrideva. Era arrosita.
- Si.
- Perché?
- Laura, volevo punirti perché sei una troia, e lo nascondi male. Volevo punirti per tutte la volte che mi hai messo in difficoltà davanti alla mia ragazza, accavvallando le gambe davanti a me, con quella tua gonnellina (non t’avessi mai detto che ti donava), e quella volta che ti sei presentata con le calze autoreggenti proprio il giorno dopo che ne avevamo parlato fra amici scherzando. Per tutte le cazzo di volte che ti sei messa a strillare se si nominava il bocchino o il rapporto anale, quando poi subito dopo tiravi in ballo l'argomento delle misure del corpo facendotele prendere da quell'altro cretino di Gianni. Ecco perché ti volevo punire, perché alle ragazzine un pò stronze come te, alle troiette che fingono una morale che non posseggono e che poi giocano malamente con la seduzione, non serve alcun altro linguaggio se non l'unico che capiscono…

- Quello del cazzo? - disse lei. Io rimasi di sasso. Troia quando vuoi, ma non aveva mai usato quel linguaggio, prima.
- Qualcosa del genere, - conclusi.
 - Hai ragione, - disse, e mi venne addosso, sedendosi a cavalcioni sulle mie ginocchia. Ora il suo viso era così vicino… il suo petto così dolce allo sguardo, nell'ombrosa scollatura della mia camicia.
- Mi piaci, - disse lei. – Non sai quanto.
- Io non mi voglio mettere con te, Laura.
- E’ questo il bello! – fece lei, entusiasta. - E’ proprio questo!
- Non ti seguo.
- Mi piace che mi prendi, e che fra di noi ci sia del sesso, anche se non stiamo insieme. Mi piace giocare co te. Tu hai giocato con il mio corpo, mi hai fatto godere. Mi hai fatto... oh, mi hai fatto impazzire!
- Tu credi che ti sia piaciuto, dammi retta! E’ solo perchè era infoiata, eccitata come... come... una cagna in calore. E’ pur di scopare avresti fatto follie.
- No. Non è vero. Tu mi affascini. Mi affascinavi ieri, qualche ora fa. E adesso che so che t’è piacito legarmi mi affascini ancora di più. E’ come se tu fossi pieno di sorprese che non riesco ad indovinare. Sorprese che mi eccitano.
- Già. E se ti strangolavo? Era una bella sorpresa anche quella, no?
- Non lo avresti fatto. Sei un buono. Sei gentile, a modo tuo. Sei scorbutico, ma non cattivo. Ti piace il sesso, si vede. Ti piace l’erotismo. E sei diverso dagli altri...
- Andiamo, Laura. Questa conversazione si sta avvitando su se stessa. Solo perchè ti ho legata! Bè, la prossima volta fatti legare, che ti devo dire?
- Io voglio che la prossima volta sia con te. Mi piace che sia tu a... a condurmi in quelle stanze di perversione.
- Ma come parli?

Lei non rispose, accucciandosi sul mio collo. Avevo i suoi capelli sulla faccia, e senza che me ne rendessi conto, sollevai la mano ed inziai ad accarezzarle il capo. I suoi capelli erano morbidi, lisci... erano autentica seta.
Così inziammo di nuovo a baciardi calorosamente, come avevamo fatto ore prima. Lei con la sua soilita foga, ed io con soprendente piacere. In effetti i suoi baci assumevano un sapore sempre più dolce, e devo ammettere che avere la sua lingua in bocca diventava sempre più delizioso. Dovevo comunque cercare di restare coerente con il mio ruolo. Mi rendevo conto di dove volevo arrivare, e ci sarei riuscito, perdio!
Mi staccai (a malincuore, lo confesso!) da lei, e le chiesi:

- Dimmi la verità. Vorresti che ti rifacessi quello che ti ho fatto?
- Mmm! – fece lei, passando le sue guance sulle mie. Non mi ascoltva. Le presi i capelli e la tirai indietro. Lei fece una faccia a metà fra il sorpreso e il libidinoso:- Ah!
- Io scommetto che ho ragione. Che quando sei eccitata potresti fare cose incredibili, potresti chiedere cose impossibili, cose che non chiederesti normalmente.
- Che vuoi dire...?
- Che potresti diventare la mia schiava, e implorarmi di prenderti a cinchiate sul culo.
- Ma che dici?
- Non ci credi? Già hai sempre recitato la parte della verginella pudica e senza voglie strane. Ma io ti ho intercettata al volo. Non mi incanti, zoccoletta. Non mi incanti... Con questi tuoi discorsi sul fatto che ti affascino. Chi cazzo ti crede? A te piace essere presa in quel modo, con violenza. Io lo so. – e le baciai il seno, nella scollatura. Aveva il sapore di un frutto, la sua pelle, dolce come la primavera e squisito come il migliore dei vini. Ugulamente ubriacante. La desideravo, ma non glielo avrei detto.

- Così, - dissi io – potrei portarti molto oltre. Non ci credi? Te lo dimostrerò!

La presi in braccio. Pareva non avere peso, e con dolcezza la posai sul letto. – Faremo l’amore! – dissi io. – E lo faremo perchè io lo voglio. Perchè tu sei una femmina, e io voglio sfondarti, e forse non ci sarà dolcezza.  Forse sarà doloroso, e ti passerà la voglia per sempre!– Mentre parlavo la baciavo ovunque, sul petto, sul collo, sul viso. – E tu mi pregherai, mi supplicherai di... oh, non voglio anticipartelo.
Mi sollevai di scatto e presi la benda. – Innanzi tutto ti bendo di nuovo. I tuoi occhi sono pieni di luce e di voglia, ma haimè, dovrò privarmene, perchè, non voglio che tu veda cosa ti si prepara.
- No, dai. Vieni qui, baciami.
- Seee. Non hai capito niente, allora. Vedrai...

La bendai con molta cura. Dovevo imporre calma ai miei movimenti. Ero molto, molto eccitato anche io, ma non dovevo rovinare tutto con la fretta. Anche per me era molto difficile fare quello che stavo facendo, ma se avessi resistito avrei creato qualcosa, e sarei stato soddisfatto.

Tornai a baciarla, a lungo sulla bocca. Non mi staccai da lei, per diversi minuti, poi me ne discostai all’improvviso. Lei annaspò con la lingua in fuori per qualche frazione di secondo. Era rossa, e aveva gocce si sudore sulla camicia. Sollevò le mani per togliersi la benda, ed io la fermai. Presi la corda.

- No, - fece lei. – Dai, di nuovo no, ti prego. Vieni qui e basta. Mi tengo la benda, ma non mi legare di nuovo.
- Ma tu guarda... – ignorando le sue richieste, la legai.

D’apprima la spostai sul letto, in modo che le sue reni appoggiassero sul montante inferiore del letto, la sua shiena sul materasso, e le gambe che penzolavano fuori. Le misi un cuscino sotto le reni, perchè non le fosse troppo scomodo mantenere quella posizione. Avrebbe dovuto mantenerla a lungo.

Le legai le caviglie, con movimenti lentissimi, ai piedi del letto. Mentre legavo, incapace di trattenermi, baciavo le sue gambe, le caviglie, i piedi. Un pò perchè faceva parte del gioco, un pò perchè, ripeto, non potevo fare altrimenti. Era nata un’atmosfera davvero strana fra me e lei.
Quando le ebbi legato le caviglie ciascuna ad un piede del letto, inziai a fascialre i polsi con altri giri di corda, per poi legare l’altro capo più o meno nel punto in cui avevo legato le caviglie. Poi tirai per quanto potevo. Le sue braccia si tesero, e quando mi resi conto che se avessi tirato più di così le avrei fatto male, iniziai a stringere i nodi.

- Basta, adesso!- mi diceva lei. – Sono legata, vedi? Non mi muovo.
In effetti poteva bastare , per cui mi sbarazzai della mia camicia, restando in jeans.
- Adesso, - esordì io – inizia il gioco. Aveva le gambe aperte, la vagina coperta da sottile cotone. Era esposta, vulnerabile, completamente alla mia mercè. E le piaceva. Lo capivo dal modo in cui, nonostante le proteste, muoveva le braccia tirando le corde.  Non si stava divincolando. Pareva che stesse assaporando il morso delle funi sulla pelle.

Con la mano le toccai la vagina. Era caldissima, e le mutandine erano umidicce.

Iniziai ad accarezzare, lentamente, premendo con il pollice sulla fessura. Lei reagì all’istante, muovendo il capo, rapita dal quella sensazione. Mugolava e respirava in un modo che è proprio solo della sofferenza o del piacere estremo.

Continuai così per qualche minuto. Continuavo ad imporre calma ai miei movimenti. Il mio pene non ne poteva più di stare in quello spazio angusto, fra boxer e jeans, e mi diceva: andiamo, dai. Entra là dentro. Sarà una meraviglia, non senti come è calda e bagnata? Scivolerai dentro, accolto e lei fremerà dal piacere, e tu ti metterai a stantuffare...

Ma cercavo di ignorare quella voce. Rovinare tutto, a quel punto, era troppo facile.

Accarezzai ancora, poi mi chinai fra le sue gambe.
Naturalmente poteva essere una impressione, ma lì in mezzo si respirava una inebriante aria di bosco.
Le baciai l’interno coscia, morbido e fresco, delizioso al tatto. Poi inziai a baciarle il rigonfiamento umido della vagina.

Fra sudore e succhi aveva un sapore piuttosto salato, ma squisito. Chiusi gli occhi, mettendo da parte qualunque altra mia intenzione per assaporare per qualche secondo quella piacevole pratica, senza pensare ad altro. Succiavo, mordevo con le labbra, e leccavo.

Succhiavo... il cotone ruvido sulla lingua era caldo come la febbre. Lei si muoveva, cercava di stringere le gambe (e confesso che per un attimo ebbi voglia di slegargliele solo perchè potesse stringere la mia testa fra quelle cosce), e ansimava, adesso, dicendo cose come:- Ohh, amore mio. Oh, amore mio, così... così... Dio...- il classico repertorio, insomma.

A dire la verità, ripensandoci in seguito, non mi piacque che mi avesse chiamato amore mio, ma in quel momento (capirete!) ero veramente troppo eccitato.

In quel momento, a dire la verità, che mi chiamasse amore mio era eccitante. Quanto, quanto sarebbe stato più bello fare quelle identiche cose con la ragazza che amavo? Con la ragazza della mia vita. Ma amore, anche profondo (come quello che ancora provavo per la mia ex, anche se mi sentivo molto ferito), non sempre è sinonimo di perfetta e totale intesa sessuale. Anzi, quasi mai.

Non amavo Laura, e questo toglieva qualche aroma infinitesimale ma percettibile a quell’atmosfera.

Ma intanto c’era quel sapore di cotone impregnato che continuavo a suggere e sorbire, annusare.
Fu il suo orgasmo (che non avevo previsto), a suggerirmi che dovevo passare alla seconda fase. Lei esplose, irrigidendo i musconli delle cosce, quasi urlando. Qaundo l’ondata si fu placata era madida di sudore, la camicia bianca era completamente attaccata alla sua pelle. Vedevo le aureole dei capezzoli, scure e rotonde, i capezzoli ritti. Mi spostai, e mi chiani, per mordicchiarle un capezzolo. Era veramente molto sudata (e in effetti, la temperatura nella stanza era altissima). Ma la libidine stava progressivamente abbattendo ogni barriera. Il suo sudore non mi disgustava di certo.

- Ti prego... – mi stava dicendo. –Ti prego... – e tirava le funi, ora per liberarsi le braccia. Naturalmente era impossibile per lei slegarsi dal sola. I nodi erano stretti in alto, e le sue dita non raggiungevano i nodi delle caviglie.

- Ti prego cosa? – feci io, strafottente. In effetti mantenere il controllo richiedeva grandissimi sforzi di volontà. Ma a quel punto ero proprio curioso di arrivare fino in fondo.

Mi alzai e tornai fra le sue gambe. Tirai fuori il pene, completamente eretto, e, del tutto a sorpersa, glielo appoggiai sulla vagina. Lei ebbe un sussulto di sorpresa e gemette.

- Sei una puttana, Laura. Devi capirlo. – E intanto con il pene andavo su e giù, sfregandolo lungo la fessura. Era una sensazione piacevolissima già per me, figurarsi per lei che aveva avuto già un orgasmo.- Sei venuta qui dentro, quando? Mille, duemila anni fa? Quando sculettavi allo scopo di sedurmi? Non lo sapevi che andava a finire così, anche se ci speravi, non è vero? Non ti immaginavi forse queste corde che ti legano, e che ti avrei chiavata senza che tu ti potessi muovere. Perchè, cara, io ti sto violentando, e si vede da lontano che ci stai e ti piace. Perchè sei una vacca. E’ nella tua natura.

Lei non parlava, a parte quando ripeteva di continuo il mio nome.

- Io potrei andare avanti per delle ore, così, lo sai? - non era vero, ero al limite! – Potrei continuare così fino a domani. E ti lascerò legata qui, a questo letto, in questa posizione. Quando avrò voglia di scopare verrò a scoparti, ma non perchè vorrò darti piacere. Solo per godere io. Ti legherò con il nastro adesivo, perchè tu non possa liberarti più, e ti lascerò qui per giorni. Eh, ti piacerebbe chelo facessi? Che ti usassi in questo modo?

- Nnnn... nnh! Oh, ti prego...
- Non hai risposto... rispondi.
- Nnn... no.
- No? Non si direbbe, sai? Questi tuoi movimenti lenti, mi piacerbbe guardarti negli occhi, ed uno di questi giorni lo farò, tanto è qui che starai, su questo letto. – Le scostai le mutandine fradice, e puntai il glande. Era aperta completamente. Se l’avessi penetrata sarei affondato adagio e morbido senza alcun attrito.
- Ti piacerebbe che ti usassi come recipiente per il mio seme? Una complicata macchina di carne, per la mia personale soddisfazione. Rispondi di nuovo, rifletti...
Si vedeva che avere il mio cazzo sulla soglia del suo corpo la stava facendo impazzire. In effetti anche nel pomeriggio, avevamo fatto di tutto, ma non l’avevo penetrata davanti. Quella sarebbe stata la prima volta fra me e Laura. Il pensiero mi fece eccitare ancora di più, e sperai che lei rispondesse presto alla domanda.

- Nnnnh. Anh, Si. - Fece alla fine.
- Si cosa? Formula un concetto decente, di senso compiuto! Non ci riesci, troietta?
- Si. Si, mi piacerebbe. Ti prego, prendimi...
- Oh, ma ti ho già presa. Ti ho rapita. Non l’avevi capito? Sei in  mio potere.
- Ti prego... non ce la faccio più.
- Si che puoi – feci io, e mi sfilai la cintura. Era di pelle nera, spessa quattro centimetri con una grossa fibia di metallo cromato. La feci schioccare, e lei trasalì. Io ripappoggiai il pene sulla sua fica, tenendolo lì. Ora c’erano di nuovo le mutandine, fra me e lei.

Le feci cadere la cintura addosso, sull’addome, dalla parte della fibia. Non la frustai, solo lasciai cadere la cintura di peso, tenedola in mano dall’altra parte. Lei sussultò:- Noo!
- Io ti potrei frustare! A sangue, sul serio. Potrei, che so, andare giù, chiamare il primo che trovo e dirli “Hey, amico, ho una puttanella legata al letto che ha una voglia sfrenata. Sali a gradire un goccetto? Secondo te cosa mi risponde.
- N... non lo so.
Raccolsi la cintura, e la frustai molto piano, sulla pancia. Lei gridò, più per la sospresa che per il dolore.
- Ti scoperò! – feci io, prima che perdesse la fiducia – e lo garantisco. Prima mi dici quello che voglio sentirmi dire, prima ti scopo. Non mi interessa se non trovi le parole, ti dò il tempo di rifletterci su. Voglio che tu ammetta che ti piace quello che ti sto facendo, e che me lo dici nel modo giusto. Un discorsetto, ecco cosa ti chiedo, poi ti scopo.
- Ma cosa vuoi che dica? – fece lei. C’era esasperazione nella sua voce tremante.
- Quello che vorresti, quello che ti lascersti fare, anche le cose più tremende, anche le più disgustose. Voglio sentirtelo dire. Voglio una confessione completa.

Ci volle un pò perchè afferrasse il concetto, e finalmente inziò a dire:- Mi piace quello che mi fai. Io... io voglio che me lo fai sempre. Io voglio che mi scopi... e che... e che me ... lo metti... dietro...
- Dietro? Che brutto. Dillo meglio.
- Nel culo.
- Vuoi che ti inculi.
- Oh, no, si. Si voglio che... che mi inculi, e che me lo metti in bocca. Voglio bere il tuo sperma...
- E se ti chiedessi di inginoccharti davanti a me, per esempio, mentre io mi masturbo, e aspettare lì con la bocca aperta?
- Si.
- Lo faresti?
- Si.
- E berresti il mio sperma, e poi? Dai, non devi avere paura di darmi qualche idea. Io so cose che tu nemmeno immagini, sulle perversioni, amica mia. Non mi stupisci di certo.

Presi delle forbici con le punte stondate, e glieli posai sull’interno coscia. Anche stavolta lei si irrigidì al contatto del metallo freddo. Tagliai via le mutandine, scoprendole il sesso. Goccioline opache le imperlavano i peli. Mi chiani su di lei, e ripresi a leccare e succhiare, lappando quella peluria dolce. – Continua!- le ordinai, fra una leccata e l’altra. Leccavo a piena lingua, e lei ormai, praticamente tremava.

- Voglio... voglio... oh, adesso voglio che facciamo l’amore.
- E se ti lego stretta, nuda, e ti chiudo in cantina, e ti faccio mangiare solo avanzi, e ogni tanto scendo a sbatterti?
- Dio mio, ti prego... – Io risposi con un colpo di cinghia sulla coscia destra.
- Ahi! E va bene... Fammi tutto quello che vuoi. Puoi farmi tutto quello che vuoi, te lo giuro. Facciamo l’amore, poi mi puoi fare tutto. Mi faccio legare quando vuoi, e scopare quando vuoi, come ti piace a te, nel modo che preferisci. Ti lascio fare tutto, mi lascio fare tutto. Puoi farmi... puoi farmi... Quello che più ti piace.
- Va bene. Va bene. Solo un’ultima cosa. Aspetta un attimo. – Smisi di leccarla e mi alzai. Mi girava la testa, tanto che ero eccitato. Ormai mancava poco, poi me la sarei fatta. Però rischiavo di scoppiare dentro di lei, appena l’avessi penetrata. Questo sarebbe stato spiacevole. Tirarla tanto per le lunghe, e poi venire in pochi secondi.
- Mi spiace, - le dissi – devo andare a comprare le sigarette.
Lei si irrigidì, e inziò a divincolarsi, sorpresa e arrabbiata.
- Ma stai scherzando?
- Affatto. Apri la bocca che devo imbavagliarti.
- Ma che dici? Slegami subito. Bastardo fottuto!
Presi dello scotch da pacchi e le sue mutandine fradice di sudore e secrezioni. Le appallottolai e gliele infilai in bocca.
- Mmmgh – fece lei, per la sospresa.
Le appicciaci lo scothh sulla faccia. Prima tre strisce, una sopra l’altra che la coprivano dal mento fino a sotto il naso. Poi staccai altre strisce e rinforzai il bavaglio.

Appena udì che dovevo andare a comprare le sigarette, diede in escandescenze. Inziò a dimenarsi, e mugolare, irritata. Di più, furibonda!

Quando finì mi si presentava uno spettacolo raro e succulento. Una bella ragazza, giovane e abbronzata, che indossava solo una camicia bianca incollata alla pelle dal sudore, legata al letto in una posizione assai esposta, le gambe spalacante, la fica in fuori. Ed era bendata ed imbavagliata.

Si contorceva furiosamente, nel tentativo di liberarsi, facendo movimenti concitati, e strattonando le corde, quasi avesse potuto strapparle. Ma i suoi mugolii non potevano essere uditi da nessuno, per cui, per calmarmi da tutta quell’eccitazione mi accesi una sigaretta. Naturalmente non era vero che dovevo andarle a comprare e non avevo intenzione di lascarla lì da sola in quelle condizioni. Si dibbatteva troppo, e non mi sentivo sicuro ad abbandonarla sia pure per pochi minuti.

Presi la maccina fotografica, e senza dirle nulla inziai a scattare. Dentro non c’era pellicola, ma lo scatto era riconoscibilissimo, e lei si agitò ancora di più.

- Queste le mandiamo a qualche rivista come si deve! – dicevo, fra uno scatto e l’altro. – Diventarai una star, Laura. Una star del bondage. Se tu potessi vederti. – A dire la verità mi sarebbe piaciuto molto fotografarla davvero, ma dovevo accontentarmi, per ora, perchè non conoscevo alcun fotografo di fiducia cui far sviluppare le immagini di una ragazza nuda legata al letto.

Quando misi da parte la macchina fotografica, mi sedetti accanto a lei, ed inziai ad accarezzarle i capelli, con dolcezza.

- Calmati, dai. Calmati. Non vado da nessuna parte, scherzavo. Sono qui. Dovrei essere uno scemo a lasciarti qui legata da sola. E poi sei uno spettacolo. Sei bellissima, veramente! – doleva un pò ammetterlo, ma era vero. Era già bella, e in quella posa era addirittura un sogno.

A quelle parole parve calmarsi veramente. Si placò, ma aveva il fiato grosso, e poteva respirare solo con il naso.

- Ho voglia di fare l’amore con te – le dissi nell’orecchio, ed era vero. Le baciai il volto, nei pochi spazi liberi lasciati dallo scotch e dalla benda.
- Ma devi fare ancora una cosa. Un’ultima cosa. Se la farai io ti slegherò e ti scoperò, te lo giuro sul mio nome. Accetti di fare un’ultima cosa?
Lei annuì. Io mi alzai,  e senza fare rumore riempì un bicchiere di acqua calda. Ci aggiunsi un pò di sale, e glielo portai.

- Ora ti tolgo il bavaglio. Qui ho un bicchiere. Bevi da questo bicchiere, poi faremo l’amore. Lo hai detto tu che ti saresti lasciata fare qualunque cosa. Questa è una delle cose.
Le tolsi il bavaglio.

- Slegami subito. Non ne posso più, basta!
- E dai! Non rovinare tutto. Bevi, poi faremo l’amore.
Lentamente le versai qualche goccia di acqua sulle labbra. Lei assaporò, poi fece una espressione disgustata.
- Che cosa è? – chiese.
- Pipì. La mia pipì.
- Nooo. Ma sei pazzo! Slegami, slegami, o mi metto a gridare! Dio, che schifo!
- Se gridi ti imbavaglio di nuovo finchè non ti calmi, e magari te le suono anche. Tu adesso bevi almeno un’altra sorsata di questo piscio, okey?
- No.
- Allora posso imbavagliarti di nuovo.
- No, no. Aspetta.
- Bevi. Magari ti piace. Solo un sorso.

Glielo riappoggiai sulle labbra, e lei, disgustata bevve. Ne bevve quasi la metà del bicchiere, evidentemente schifatissima.

Io non ce la feci più. Mi veniva da ridere, per cui confessai:- Non è vero che è pipì. Hai superato il test. E’ solo acqua calda con un pò di sale. Non senti che nemmeno puzza?
- Dio, ci avevo creduto! – fece lei risollevata.
Iniziai a slegarle i polsi. Lei non si mosse, aspettando che finissi. Quando la slegai del tutto le tolsi la benda.
- Mi hai spaventato, maledetto! – fece lei, e mi abbracciò.
Io la baciai a lungo. La feci distendere e le salì sopra.
- Ti è piaciuto, vero troietta?
- Si. Si, mi è piaciuto, oh dio. Voglio che me lo rifai, qualche volta.
- Te lo rifaccio, te lo rifaccio. Ora voglio scoparti.

Lei si avvicinò all’orecchio e mi disse:- Lègami le mani.

- Aspettavo di sentirtelo chiedere, dissi io, e le legai i polsi dietro la schiena. Poi facemmo l’amore a lungo e deliziosamente, mentre lei ansimava e mi chiamava per nome, aggiungendo “amore mio”. Ebbe due orgasmi, quasi consecutivi, prima che io la facessi alzare, e dopo averla fatta chinare sul tavolo, a novanta gradi, le dissi:- Ti piacerebbe che te lo mettessi di dietro?
Impiegò un pò, a rispondere, ma alla fine disse:- Si.

- Non basta. Devi chiedermelo tu.
- Mettimelo di dietro.
- Non basta.
- Mettimelo nel culo!
- Non a bene. Devi dirlo come si deve, chiedimelo. Cosa vuoi che ti faccia?
- In... inculami. Inculami, inculami.
- Secondo me puoi fare ancora meglio.
- Voglio che mi inculi. Che me lo sbatti nel culo.
- Vuoi che ti sfondi, che ti spacchi il culo?
- Si, si, ti prego. Sfondami, spaccami il culo. - Avevo letto quelle frasi decine di volte in decine di racconti. Mi aspettavo che sentendole dal vivo sarebbe stato ugualmente sccitante. Lo era, in un certo senso, ma sapevo che non pensava realmente quello che diceva. Lo diceva solo per eccitarmi, quasi senza convinzione. Ma per il momento era meglio di niente.

Ci volle un pò, perchè lei aveva ancora il buchino stretto, ma alla fine le entrai dentro completamente. Le sue pareti mi stringevano forte. Lei teneva la bocca spalancata in un grido silenzioso e gli occhi chiusi. La lingua in fuori lambiva la superficie del tavolo.

- Dio, oh, dio... – diceva,  - Oh dio, amore mio... oh.

Quando cominciai a fare avanti e indietro lei si lamentò sonoramente, così dovetti rallentare il ritmo.

Non volevo che le dispiacesse, anche se non speravo in un orgasmo anale. Mi muovevo lentamente, dentro di lei, e questo le piaceva di più. Ma alla fine non ce la feci, e inziai ad aumentare di nuovo l’intensità dei colpi. Dopo poco tempo esplosi, e lei quasi urlò nel sentire le potenti contrazioni e i getti caldi. Io grugnì, sudando come un maiale, e mi accascai sulla sua schiena, baciandole il collo.

Non riuscivo a staccare neanche ora che ero spossato, la mia bocca da lei. La baciavo dietro il collo e sulle guance.

- Ti voglio. – mi disse – ti voglio. Mi piace quello che mi fai.
- Lo so. L’avevo capito. – avevo ancora il pene dentro di lei. Norlamente avrebbe cominciato ad ammosciarsi. Quel discorso me lo manteneva in tiro.
- Puoi farmelo quando vuoi, lo sai? Ti prometto che mi farò legare tutte le volte che vuoi, e che puoi tenermi legata tutto il tempo che ti pare. Voglio che tu mi faccia tutto, qualunque cosa ti viene in mente, tutto, tutto...
- Continua, - dissi io – mi piace.
- Voglio che tu mi prenda quando vuoi, che me lo metti nel culo, in bocca. Voglio stare con te, e fare sesso con te, solo con te. Mi piace tutto quello che mi hai fatto. Mi eccita pensare che mi potresti fare ancora chissà che cosa. E mi è piaciuto quando mi hai frustata.
- Frustata? Erano solo due cinghiatine. Se ti dovevo frustare davvero...
- La prossima volta te lo lascio fare. Mi leghi e mi frusti, te lo giuro. Voglio essere tua. Avevi ragione tu, sono una troietta. Voglio che mi fai tua e che mi fai tutto.
- Un bambola di carne, insomma. Mica male!
- Sì, sì, Una bambola di carne, per te. Per il tuo piacere. Voglio essere la tua schiava, per sempre.
- Per sempre. Non esagerare! Non vorrei che tu ti facessi illusioni. Mi piace fotterti, ma non ti amo. – anche io ero sorpreso dalle mie parole. Non avrei mai sperato di poterlo dire impunemente ad una ragazza. Mi piace fotterti ma non ti amo. Ebbi un brivido di inquietudine, la vaga idea di starmi cacciando in un guaio.
- Non mi importa! Non mi importa! Io ti voglio e basta.
- Se vuoi essere la mia schiava, lo sarai. Solo che se mi dici che posso farti tutto, io ti farò veramente di tutto, lo capisci?
- Si, si.
- Va bene. Staremo insieme per un pò. Io il padrone e tu la schiava. Un rapporto maturo fra amanti del bondage, ti và.
- Oh, si, mi piace. Tu il padrone, io la tua schiava. Tua. Tutta Tua. – Mi resi conto che le piaceva proncunaicre quelle parole. L’idea di dichiararsi di “mia proprietà” alla stregua di un abito o di un paio di scarpe, pareva eccitarla, e lo sguardo dei suoi occhi mi diceva che stavo interpretando correttamente.
- Vorrà dire che dovrai fare, adesso, una piccola prova per me. – Uscì da lei. Adesso avrei visto se era vero quello che diceva, e se io avevo avuto ragione. Avrei visto se avevo raggiunto finalmente l’obiettivo di farle capire quanto fosse zoccola.

Alcune gocce di sperma scivolarono fuori dal suo culo. Le raccolsi con le dita, e gliele portai alle labbra. Lei fece una smorfia appena percettibile di disgusto.

- Lecca. – le dissi. – Se lecchi sarai mia.
Lei non se lo fece ripetere. Chiudendo gli occhi, e con una espressione di grande sforzo, inziò a leccare le mie dita, poi a succhiarle. Quando fui pulito mi alzai, ed inziai a slegarla.
- Fatti una doccia. – le dissi.
- Ho superato la prova? – mi chiese lei, con apprensione.
- Brillantemente! – la gratificai io. Se lo era meritato. La baciai sulla fronte. – Brillantemente – ripetei. – Adesso sei mia. La mia schiava, ma sei davvero sicura? Potresti pentirtene, lo sai.
- Non mi importa.
- Dai, fatti una doccia, che usciamo. Ho voglia di prendere aria.

Lei sorrise, felice. L’idea di uscire con me la riempiva di gioia. Mi chiesi se non stessi sbagliando tutto, ma mi accorsi anche che adesso i miei sentimenti per quella ragazza erano cambiati. Non avevo forse sempre desiderato una complice sessuale? Una partner completa, che accettasse e condividesse tutte le mie fantasie?

Natuarlmente alcun rapporto avrebbe potuto basarsi solo su quello, ci voleva ben altro per fare una coppia.
E forse avremmo potuto trovarlo insieme, quel qualcos’altro.

Lei aprì l’acqua della doccia. Mi immaginai l’acqua fresca che scorreva sulle sue curve, le sue mani che sfregavano la pelle. Si, forse avremo potuto costruirlo insieme, quel qualcos’altro. Inziai a sorridere, felice anche io, e mi accorsi che forse avevo trovato ben più che una partener sessuale.

Mi venne il sospetto che alla fine, con tutte le mie arie da padrone, mi ero fatto manipolare come un burattino da quella terribile ragazzina. Merda. Pensavo d'avere conseguito una vittoria, ma bisognava guardare in faccia la realtà. Era lei ad avere vinto. Lei.

Mi strinsi nelle spalle. In fondo che differenza faceva, a ben pensarci?

Mi tolsi i jeans e aprì la porta del bagno, per infilarmi sotto la doccia assieme a lei. 


n.a.e.

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